Archivio per la categoria Storia

TRACCE DI PIACENZA – Special Edition!

ABITAVANO FUORI PORTA – In mostra tombe e sepolcri della Piacenza romana

Nella primavera del 2007, durante gli scavi per la costruzione di garage interrati in via Venturini, a Piacenza, furono rinvenute tredici sepolture distribuite senza ordine in un’area ristretta di un centinaio di metri quadri. Oggi “Abitavano fuori porta – Gente della Piacenza romana” presenta i corredi di cinque di quelle tombe, che costituivano la piccola necropoli utilizzata per circa un secolo, dall’età augustea ai primi decenni del II sec. Si tratta di suppellettili da mensa, lucerne, anfore, vetri, manufatti in osso e ferro; le offerte che i parenti gettavano sulla pira insieme alla salma o lasciavano al defunto nella sepoltura per le necessità dela vita ultramondana.
Si ritiene che nella necropoli fossero sepolti, dopo la cremazione, individui giovani, adulti e maturi di entrambi i sessi, presumibilmente appartenenti a un gruppo umano legato da rapporti di parentela o di affinità sociale: per esempio una famiglia di piccoli proprietari terrieri oppure i servi di un dominus che possedeva nelle vicinanze una vila suburbana. La mostra (Museo Archeologico – Musei Civici di Palazzo Farnese) è aperta fino al 31 dicembre con i seguenti orari: martedì – giovedì 9-13; venerdì – domenica 9-13 e 15-18. Per informazioni: 0523492668

Civiltà 15, settembre 2011, p. 9

(I particolari del ritrovamento su Archeomedia)

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TRACCE DI PIACENZA/8

Gli storici italiani hanno posto l’accento sull’importanza delle grandi vie, d’origine romana per lo più, che attraversano l’Italia, in particolare la Via Francigena che, attraverso le Alpi, unisce la Francia a Roma – via che i documenti di allora definiscono come «la via comunemente percorsa dai pellegrini e dai mercanti». Dalla Francia la strada prende due itinerari, uno attraverso la Svizzera e il Gran San Bernardo, l’altro attraverso Lione e il Moncenisio. Il primo passa per Aosta, Ivrea, Vercelli, Piacenza, tutte città in cui fin dall’inizio sono stati costruiti complessi templari. La seconda passa per Susa, Torino, Chieri, Asti eccetera. Anche in questo caso sono fondate case di templari, specialmente a Chieri, importante crocevia stradale. I due itinerari si riuniscono in Toscana e le città di Lucca, Firenze, San Gimignano, Siena, Grosseto sono sede di importanti commende templari. Significativamente, alcune di queste case sono costruite fuori le mura, vicino a Siena (Porta Camollia), a Lucca (Porta San Donato), a Pavia (Porta Santa Giustina). A Brescia fuori le mura, nel vicolo della Mansione (casa del Tempio), si trova la chiesa di Santa Maria del Tempio. Inoltre, ad alcune di queste case furono uniti ospedali: è il caso di quello che il vescovo di Torino Arduino di Valperga ha donato ai templari, vicino al ponte di Testora, con l’incarico di ricostruire il ponte. A Piacenza, oltre alla casa legata alla chiesa Santa Maria, il Tempio ha a sua disposizione l’ospedale della Misericordia, unito alla chiesa di Sant’Egidio.

A. Demurger, I templari. Un ordine cavalleresco cristiano nel medioevo, Garzanti 2006, pp. 157 s.

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TRACCE DI PIACENZA/7

Ritornato in Italia, Innocenzo II si insedia a Pisa, dove riunisce, nel maggio-giugno 1135, un concilio che raduna la maggior parte dei vescovi dell’Italia settentrionale e centrale, ma anche secolari francesi che, come gli arcivescovi di Sens e di Reims, avevano partecipato al concilio di Troyes del 1129. Lo scisma di Anacleto è condannato; san Bernardo, che è presente, evidentemente è intervenuto in tal senso, ma è riuscito anche a convincere il papa e i prelati italiani ad appoggiare i templari. Innocenzo II stabilisce l’elenco di festività e digiuni che i templari dovranno osservare: sono i primi due capoversi dell’ordine, distinti dalla regola. Il papa si impegna inoltre a versare annualmente un marco d’oro per sostenere l’azione del Tempio, mentre i vescovi si impegnavano con un marco d’argento ciascuno. Il ripristino dell’autorità di Innocenzo II sui seggi scismatici di Milano e Piacenza apre la via a un insediamento stabile del Tempio in queste città, a Milano a partire dal 1135. Nel 1139 è lo stesso Innocenzo II che, con la bolla Omne datum optimum, concede al Tempio i suoi primi e più importanti privilegi. Non dimentichiamo questa frase: «è Dio stesso che vi ha costituiti difensori della chiesa e avversari dei nemici di Cristo».

A. Demurger, I templari. Un ordine cavalleresco cristiano nel medioevo, Garzanti 2006, p. 74

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TRACCE DI PIACENZA/6

La seconda grande incursione magiara, nel 924, vide gli ungari, guidati da un capo di nome Salardo, comparire all’improvviso sotto le mura di Pavia e cingerla di un regolare assedio, una tecnica assolutamente inusuale per questo popolo. L’assedio fu condotto, però, secondo la tradizione magiara, appiccando il fuoco alla città con il lancio di frecce incendiarie. L’eroica difesa della capitale del regno italico convinse però gli ungari a risparmiare quanto restava della città in cambio del pagamento di un tributo.
Dopo Pavia gli ungari si diressero in Piemonte e da qui in Valle d’Aosta. Entrati quindi in Borgogna, vennero sconfitti da re Rodolfo II con l’aiuto di Ugo di Vienna, che di lì a poco, nel 926, con il nome di Ugo di Provenza sarebbe divenuto re d’Italia. Ma la sconfitta subita non impedì ai magiari in ritirata di compiere saccheggi e devastazioni per tutta la Provenza. Nel 927 fu la Toscana a essere messa a ferro e fuoco dagli ungari; e, come riferisce una tarda cronaca del XIII secolo, anche Piacenza dovette probabilmente subire una nuova razzia e fu incendiata nel 931.

P. Moro, Il ciclone magiaro. Le incursioni degli ungari in Italia, Storia e Dossier 66, ottobre 1992, p.34

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TRACCE DI PIACENZA/5

La trasformazione da mercante in prestatore si realizzò gradualmente attraverso la consuetudine con il cambio della moneta da parte dei mercanti lombardi operanti nelle fiere; l’eccessiva diffusione del diritto di battere moneta, legata al particolarismo politico, aveva infatti provocato una circolazione molteplice di monete di valore e corso diversi e oscillanti, sicché negli scambi internazionali occorreva una particolare competenza per assegnare a ciascuna il giusto valore di mercato. Astigiani, chieresi e piacentini si specializzarono in questa attività, molto remunerativa per chi fosse attento alla speculazione, e ottennero un primo riconoscimento ufficiale come “cambiatori”. La disponibilità di contante in diverse valute consentì loro poi di poterlo offrire sul mercato finanziario e di metterlo cosi in circolazione sotto forma di prestiti, nonostante i divieti canonici.

R. Bordone, L’usura all’italiana. Mercanti e usurai italiani del Medioevo, Storia e Dossier 69, gennaio 1993, pp. 39 s.

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TRACCE DI PIACENZA/4

Avversati ufficialmente dalla Chiesa, che condannava il prestito a interesse come peccato d’usura, i prestatori italiani erano ben conosciuti Oltralpe proprio con il nome di lombardi; spesso erano anche chiamati per analogia caorsini, dalla località di Caors in Provenza i cui abitanti erano dediti a questa attività. Sicché il termine lombardo o caorsino, perdendo connotazione geografica precisa, finì per indicare i presta denari di piccolo o medio cabotaggio insediati capillarmente nelle città o nei villaggi, distinti dalle agenzie delle grandi banche internazionali. Almeno al principio, tuttavia, il nome “lombardo” non era casuale o generico, poiché la maggior parte dei prestatori proveniva davvero da quella regione (comprendente gli attuali Piemonte, Lombardia ed Emilia) che nel Medioevo conservava l’antico nome di Longobardia o Lombardia: erano stati infatti piacentini, milanesi, chieresi, albesi e soprattutto astigiani a sviluppare l’attività creditizia, sicché Benvenuto da Imola, commentando Dante, a proposito degli abitanti di Asti scriveva attorno al 1376: “Pecuniosiores Italicis, quia sunt maximi usurarii”. Gli astigiani erano più ricchi degli altri perché più degli altri dediti all’usura.
L’attitudine agli spostamenti verso il mondo europeo da parte degli abitanti delle città della “Lombardia” è d’altra parte documentata fin dai secoli precedenti: pur tralasciando le tracce più antiche, conservate nei diplomi concessi dagli imperatori ai negotiatores delle città padane, sappiamo che i contatti con le aree europee di produzione di materie prime erano tenuti proprio dalle città dell’entroterra (“lombarde”, ma anche dell’Italia centrale), ben presto specializzate nel ruolo di mediazione fra i centri dell’Europa settentrionale e i porti mediterranei. Erano i lombardi delle città piemontesi, prime fra tutte Asti e Piacenza, ma anche toscani di Lucca e di Firenze ad affluire numerosi ai periodici incontri commerciali che dalla seconda metà del XII secolo si tenevano annualmente in quei centri della Champagne in cui confluiva la produzione francese e fiamminga.

R. Bordone, L’usura all’italiana. Mercanti e usurai italiani del Medioevo, Storia e Dossier 69, gennaio 1993, pp. 38 s.

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TRACCE DI PIACENZA/3

Mentre il non expedit presupponeva, in linea di principio, un disconoscimento della legittimità dello Stato liberale, precludendo ai cittadini cattolici l’esercizio del diritto di voto (del resto riservato, sino al 1882, a una minima parte della popolazione), l’associazionismo cattolico godeva, in specie nelle aree settentrionali e centrali del Paese, di un seguito notevole, e trovò un fattore di coagulo nei periodici congressi dei cattolici italiani, avviati nel 1874 a Venezia, e nella formazione di comitati parrocchiali e diocesani. Essi produssero nel 1875 un organismo di coordinamento nazionale, l’Opera dei congressi e dei comitati cattolici, che per circa un trentennio costituì l’asse organizzativo del movimento cattolico detto, per le sue posizioni, “intransigente”.
Non mancarono tuttavia gruppi di cattolici, in genere sostenuti da una parte minoritaria del clero e persino da alcuni vescovi (Bonomelli di Cremona, Scalabrini di Piacenza, Capecelatro di Capua) che si batterono contro la linea intransigente, sostenendo da un lato che lo Stato nazionale era da considerarsi un fatto irreversibile e, dall’altro, che la classe dirigente liberale non era da considerarsi tutta ugualmente avversa alla Chiesa e alla religione. Questa minoranza cattolica, detta “conciliatorista”, cattolico-liberale o transigente, raccoglieva in parte l’eredità del neoguelfismo, auspicando la rapida composizione del conflitto tra Stato e Chiesa, una soluzione di compromesso della questione romana, e l’intervento anche elettorale dei cattolici a sostegno dei liberali favorevoli al dialogo con la Chiesa.

F. Traniello, Una breccia da chiudere. I cattolici italiani nell’Ottocento, in Storia e Dossier 73, maggio 1993, p.8

 

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TRACCE DI PIACENZA/2

Come trattare un gruppo umano di tal fatta? La Chiesa tentò di “sublimare” lo stato del lebbroso e nello stesso tempo di disciplinarne i comportamenti, non solo con l’assistenza religiosa, ma anche con la spinta a professare i voti di castità, povertà e obbedienza analogamente alle persone sane che si prendevano cura di loro, i cosiddetti “conversi”.
In alcuni casi lo sforzo sembrò approdare al successo, se si deve badare agli statuti di qualche lebbrosario. Ma gli stessi statuti mostrano diversità in proposito. Nella regola vigente nel lebbrosario di Parma, compilata con probabilità nei primi anni del Duecento, l’ammissione nell’istituto degli infermi avveniva con una professione di carattere religioso simile a quella dei conversi, e ai “malsani” di Trento, secondo quanto previsto dagli statuti emanati dal vescovo nel 1241, si offriva la possibilità di pronunciare i voti.
Ordinamenti come quelli di Piacenza e Pavia (1214 e 1216) escludevano invece per i malati lo stato religioso di conversi, indicando (come nel caso di Piacenza) quale sola regola l’astensione dal male nelle parole e nei fatti e la pazienza nel sopportare l’infermità, riducendo a qualche norma di elementare disciplina le costrizioni “religiose”. Un documento veronese che rispecchia la situazione del lebbrosario locale degli anni 1223-1225 fa parlare i malati ed esprime la coscienza che essi hanno di non potere essere assimilati a coloro che professavano i voti, offrendosi all’istituto con un formale rito di oblazione, in quanto si ritenevano incapaci di reggere i pesi della vita religiosa in senso stretto. È una delle rarissime testimonianze in prima persona dei “malsani“: tanto più interessante in quanto mostra direttamente gli ostacoli intrinseci al volere della Chiesa di una completa e reale introduzione del lebbroso alla condizione religiosa.

G. De Sandre Gasparini, La pietà oltre il muro. Lebbra e lebbrosari nel Medioevo, in Storia e Dossier 72, aprile 1993, p.42

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TRACCE DI PIACENZA/1

Non sempre l’igiene personale era sconosciuta: anche ritenendo una misura d’eccezione (dovuta alla circostanza) la pulizia integrale degli ammalati al momento del loro ricovero in qualche grande ospedale (accadeva così, per esempio, per il S. Maria della Scala di Siena, nel Trecento), alcune parti del corpo erano usualmente sottoposte a pulizia. Così era per le mani, che di norma venivano lavate prima e dopo il pasto, almeno nei grandi banchetti e fra la nobiltà. Non è senza significato, del resto, che nei corredi di nozze delle aristocratiche o delle ricche borghesi non mancassero mai bacili, “mesciroba” (brocche per l’acqua) e asciugamani destinati a questo uso. Molto probabilmente fra la gente del popolo le cose andavano in maniera diversa, almeno se dicono il vero le feroci descrizioni dei novellieri; certo il sapone era una merce ricercata e costosa (nel 744 Liutprando ne faceva dono in buona quantità alla Chiesa di Piacenza “ad pauperes lavandos”, per lavare i poveri, con un atto che parve degno di essere ricordato per scritto), tanto che le tariffe doganali cui era sottoposto raggiungevano, almeno nel Piemonte del Duecento, i livelli delle più preziose sete o velluti.

D. Balestracci, L’igiene nel Medioevo. Le castellane al bagno, in Civiltà 13, luglio 2011, pp.16-18

 

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ORA, MA ANCHE SEMPRE

Alla periferia di Bloemfontein si erge, imponente e cupo, un memoriale per le donne e i bambini morti nei campi di concentramento.

Non si parla di nazisti, ma di inglesi. E gli ospiti dei campi di concentramento non sono ebrei, ma i familiari dei soldati boeri in guerra contro l’impero britannico.

In tale memoriale sono seppelliti, accanto a quelli del presidente del Libero Stato di Orange durante la guerra, i resti della figlia di un sacerdote della Cornovaglia, di nome Emily Hobhouse, una delle prime attiviste, nel ventesimo secolo, contro la guerra.

Nel 1900 la Hobhause venne a conoscenza della situazione delle donne e dei bambini boeri e decise di recarsi in Sudafrica per aiutarle.

Creò un Fondo di assistenza per le donne e i bambini sudafricani, «per nutrire, vestire, ospitare e salvare donne e bambini – Boeri, inglesi e di altre nazionalità – ridotti in miseria in seguito a distruzione di proprietà, sfratto o altri incidenti dovuti (… ) alle operazioni militari». Poco dopo il suo arrivo a Città del Capo, nel dicembre 1900, ottenne (…)  il permesso di visitare i campi di concentramento. (…)  L’assoluta inadeguatezza della sistemazione e delle condizioni igieniche, con il sapone che veniva considerato dalle autorità militari «un articolo di lusso», la scandalizzò profondamente. (…) Visitò altri campi, a Norvalspont, Aliwal Nord, Springfontein, Kimberley, Orange River e Mafeking. In tutti trovò le stesse condizioni. E quando ritornò a Bloemfontein, queste erano peggiorate. Nel tentativo di porre fine alla politica dell’internamento, la Hobhause tornò in Inghilterra, ma il ministero della Guerra si rivelò più o meno indifferente. (…) Il governo accettò di nominare una commissione di donne, guidate da Millicent Fawcett, per verificare le affermazioni della Hobhause, che da tale commissione venne comunque (…) esclusa. Offesa, cercò di raggiungere il Sudafrica, ma non poté neppure arrivare al mare. Le restava ormai una sola arma: l’appello all’opinione pubblica. (…) La commissione Fawcett non era innocua come aveva temuto la Hobhause: stilò un rapporto durissimo e ottenne rapide migliorie nelle forniture mediche dei campi. (…) Anche Chamberlain era rimasto scandalizzato dalle rivelazioni della Hobhause e si affrettò a trasferire la responsabilità dei campi alle autorità civili. Le condizioni migliorarono con notevole rapidità: il tasso di mortalità passò dal 34% dell’ottobre 1901 al 7% nel febbraio 1902 e al 2% nel maggio dello stesso anno. (…) Le rivelazioni della Hobhause sui campi scatenarono nell’opinione pubblica una furibonda reazione di sdegno contro il governo. In Parlamento, i liberali colsero l’opportunità. Avevano trovato l’occasione ideale per rompere la coalizione fra Tory e seguaci di Chamberlain che aveva dominato la politica inglese per quasi due decenni.

Lo sdegno per il modo in cui era stata condotta la guerra anglo-boera e le rivelazioni della Hobhause sulle condizioni dei campi di concentramento spostarono decisamente a sinistra la politica inglese degli anni successivi al 1900, con conseguenze incalcolabili sulla storia inglese e sul futuro dell’Impero britannico.
Il voto alle donne in Inghilterra venne concesso soltanto nel 1923. Fu un successo certamente dovuto al movimento delle suffragette guidate da Millicent Fawcett, ma soprattutto al cataclisma della prima guerra mondiale. Quando la Hobhause si mobilitò, andò dall’altra parte del mondo e riuscì a infiammare l’opinione pubblica inglese, il contesto era quello di una società in cui la voce delle donne era sotto tutti gli aspetti trascurata e emarginata. Se ebbe successo ciò avvenne, credo, innanzitutto perché era una gran brava persona, con un senso altissimo della dignità propria e altrui. E questo viene prima di tutte le condizioni politiche e sociali: queste senza quello non producono alcun frutto, mentre il contrario può accadere.
Allora mi vien da pensare che forse il nostro problema non sta tanto nella difesa di categorie o generi, quanto nella capacità di creare singoli esseri umani capaci di uno sguardo su di sé e sugli altri simile a quello della Hobhause. Uno sguardo capace anche di giudicare, e di dire che certe scelte di vita sono conformi alla dignità propria e altrui, e altre no, che certe scelte fanno crescere e sviluppare la società e le relazioni umane, altre no.

Insomma, forse il nostro problema non è giuridico o genericamente sociale.

Tanto per cambiare è un problema educativo.

(le citazioni sono tratte da N. Ferguson, Impero, Mondadori, MI 2009, pp. 232-234, EAN 9788804589471)

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