Articoli con tag storia contemporanea

100 ANNI

(100 anni dalla Grande Guerra. Mio nonno, ragazzo del ‘99, combattè una piccola parte della battaglia del solstizio, nel giugno del ‘18. Fu ferito e rimase mutilato e invalido tutta la vita. In qualche modo quell’episodio segnò tutta la sua esistenza e indirettamente quella di tutta la sua famiglia, fino a me, fino a noi. Questo è il suo racconto. Ciao nonno, e grazie.)

LA 17a BATTERIA
ALL’AZIONE NEL GIUGNO 1918

Comandata dal capitano Arizio, tre medaglie di argento, tre di bronzo, una d’oro.
Dal gennaio del ’18, reduce dal monte Tomba ove il suo capitano si era guadagnata la massima onorificenza, stava piazzata sul monte Costone. Suo obiettivo principale era la val Cesilla, tirava pure sul Pertica e l’Asolone situati a destra e a sinistra di detta valle.

Il 10 giugno la 17a batteria dovette fornire la pattuglia di segnalazione sul monte Asolone, dando il cambio a quella della 18a; era composta di sei soldati, due caporali – uno dei quali il sottoscritto – ed un sottotenente.
Il turno della pattuglia era di giorni 15, i soldati, uno per volta, montavano di vedetta al piccolo posto avanzato insieme alla vedetta di fanteria e dovevano riferire al caporale di servizio tutta l’attività svolta dal nemico in quel punto durante il periodo della loro vedetta.
I due caporali prestavano servizio a turno di 24 ore per uno, nostro compito, stando in servizio, era quello di dare il cambio alla nostra vedetta ogni due ore, ed il rimanente stare al telefono per comunicare al comando divisionale di artiglieria le eventuali novità e per ricevere da questo o dal comando di gruppo o da quello di batteria, eventuali fonogrammi. Il tenente a sua volta, oltre a vigilare sul buon andamento della pattuglia, doveva, mediante rapporto scritto giornaliero, riferire al comando divisionale di artiglieria tutta l’attività svolta dal nemico in quel settore durante le 24 ore.
Così la sera del 10 Giugno demmo il cambio alla pattuglia della 18abatteria, dei due caporali il primo turno fu assunto dal mio collega, per il vitto fummo agregati ad una compagnia del 239 e fummo alloggiati in una baracca insieme ai soldati di fanteria.

La baracca ove si dormiva era addossata ad un rialzo di terra e distava circa 60 metri dai nostri posti avanzati ed 80 circa dalla prima linea nemica.
Di fianco alla baracca, ad una diecina di metri, vi era una grandiosa galleria a due bocche capace di contenere più di due compagnie di soldati.
Fino al giorno 13 nulla di notevole, la sera del 13 poco dopo che avevo ripreso servizio arriva un fonogramma dal comando divisionale di artiglieria con cui si ordina alla pattuglia di comunicare, per telefono, le novità ogni due ore, la mattina del 14 verso le sei altro fonogramma, dallo stesso comando, in cui si ordina, comunicare le novità ogni ora, a mezzogiorno, sempre del 14, altro fonogramma con l’ordine di comunicare le novità ogni quarto d’ora!
Poco prima di ricevere il cambio dal mio collega, il tenente mi ordina di tenermi pronto per accompagnarlo in un giro alle nostre prime linee. Si partì verso le nove e dopo di esserci spinti fin quasi sul Pertica rientrammo a mezzora dopo mezzanotte.
Quasi sfinito, dopo più di trenta ore di attività, mi buttai sul mio giaciglio col fermo proposito di non rialzarmi se non per riprendere servizio alla sera successiva; e per godermi meglio il mio meritato riposo, mi tolsi le scarpe, le fasce e la giubba.
Però, avevo fatto i conti senza….. gli austriaci, poiché poco dopo si scatenò l’inferno!
Svegliato di soprassalto, fra bagliori sinistri e scoppi infernali, la baracca sottosopra, i soldati che fuggivano in galleria, nella confusione non trovavo più la roba mia!
Finalmente riuscj a raccapezzarla, fo una bracciata di tutto e a piedi nudi scappo anch’io in galleria.
Quivi dopo aver finito di vestirmi mi accorsi di avere dimenticato la maschera, corro di fuori per andarla a prendere ma la baracca non vi era più era sparita insieme alla mia maschera!
Ritorno in galleria, il bombardamento, da parte del nemico, continuava intenzo; le nostre artiglierie rispondevano rabbiosamente.
Verso le tre e mezzo, il bombardamento diminuisce d’intensità sulle nostre prime linee, il nemico adesso batte le nostre seconde e terze linee.
Alle quattro il mio collega va a dare il cambio alla nostra vedetta e non fa più ritorno né lui né la vedetta smontante.
Alle quattro e dieci il capitano, che comandava la compagnia di fanteria, manda un suo tenente ai piccoli posti per avere notizie, anche quest’ufficiale non fa più ritorno; verso le quattro e venti manda un soldato con la stessa missione, non ritorna nemmeno questi!
Alle 4 e 30 il nemico lancia i gas; io essendo sprovvisto di maschera, inzuppo un fazzoletto nel fango e lo porto al viso, fortunatamente vi è vento ed il gas dura pochi minuti.
Adesso il nemico torna a battere in prevalenza sulle nostre prime linee.
A venti minuti circa alle cinque il capitano si rivolge al mio tenente e gli dice:
Tenente, ha un uomo un po svelto da poter mandare ai piccoli posti per sapere cosa avviene?
– Ho un altro caporale, poiché uno è andato alle 4 e non ha fatto più ritorno.
– Ebbene mandi il suo caporale.
Il mio tenente rivolgendosi a me mi ordina di andare. Imbraccio il moschetto e parto, uscendo dalla galleria dovevo percorrere una trentina di metri senza alcun riparo e poi dovevo percorrere circa 60 metri di camminamento per arrivare ai piccoli posti.
Faccio di corsa i primi trenta metri ed imbocco il camminamento, arrivo sulla vetta e proprio dove il terreno declinava verso le linee nemiche ad una quindicina di metri dai nostri piccoli posti il camminamento era ostruito, per passare bisognava scoprirsi completamente, il che era molto azzardato poiché si era in presenza del nemico la cui linea non distava da quel punto più di 30 metri e le cui mitragliatrici si facevano sentire, senza contare il furioso bombardamento che infuriava.
Non mi sentj di affrontare quell’ostacolo e ritornai senza compiere la mia missione.
Riferj al capitano il quale si rese conto della difficoltà da me incontrata e rivolgendosi al mio tenente le dice: questo caporale lo accompagni all’altra bocca della galleria e che mi avverta subito se sente le nostre mitragliatrici dall’altra parte.
Stavamo per avviarci quando il mio tenente mi fa: Mucaria, eri quasi arrivato, potevi tentare! Al che io rispondo: signor tenente l’impresa non è facile, se vuole tento di nuovo!
Il capitano che aveva assistito al dialogo, in tono più di preghiera che di comando mi dice: va, e portami notizie!
Il bombardamento aumentava d’intensità, il nemico concentrava il suo fuoco tutto sulle prime linee.

Parto, poco dopo mi trovavo di nuovo dinanzi il medesimo ostacolo; ma questa volta non potevo più tornare indietro, dovevo superarlo a qualunque costo.
Mi fermo pochi secondi per prender fiato, una stretta di denti, un balzo, un capitombolo e mi trovo dall’altra parte del camminamento. Mi attasto la persona, nulla ero illeso, percorro quegli altri pochi metri, ed arrivo al piccolo posto; vi trovo il tenente ch’era stato inviato dal capitano e pochi soldati, espongo al tenente la mia missione, mi risponde di dire al capitano che lui ben poco aveva potuto muoversi, poiché le nostre trincee erano tutte rotte, le mitragliatrici buttate per aria, nemici non se ne vedevano.
Lo pregai di scrivermi queste notizie sopra un pezzo di carta, il che fece, e mi apprestai a ritornare.
Un altro momento critico a superare in senso inverso il solito maledetto ostacolo e quasi fuori di me raggiungo la galleria!
Il capitano stava sulle spine, poiché le notizie da me recate non erano per nulla rassicuranti, si sporge un po fuori della galleria per osservare verso le prime linee e rientri esclamando: la nostra artiglieria innalza sulle linee nemiche una cortina di fuoco formidabile!!
Pochi minuti dopo, verso le cinque, arriva di corsa un ufficiale gridando: i tedeschi! i tedeschi!!!
Per tutta la galleria si ripete il grido: fuori i tedeschi!! La compagnia si lancia fuori per prendere posizione, in quel momento avviene una cosa terribile! Avviene questo:
avendo le poche vedette superstiti lanciato i razzi gialli, per segnalare alla nostra artiglieria che il nemico varcava le nostre linee, l’artiglieria italiana accorciava il tiro, rovesciando su di noi quella tremenda cortina di fuoco, di cui parlava poco prima il capitano!
La compagnia fu quasi decimata! i superstiti ripararono di nuovo in galleria per risortirne immediatamente dopo, la nostra artiglieria continuava ad accorciare il tiro, i pochi rimasti prendemmo alla meglio posizione, di fianco alla galleria il mio tenente con la rivoltella in pugno gridava: a me i miei artiglieri!
Prendo posizione accanto al mio tenente, adesso eravamo in presenza degli austriaci i quali erano arrivati ad una trentina di metri da noi, ne prendo di mira uno, non posso dire se arrivai a tirare, ricordo solo di averlo preso di mira, poiché in quel preciso istante, mi sentj uno strappo alla guancia sinistra che mi fece stramazzare cosa era avvenuto? questo:
Una pallottola mi aveva attraversato la guancia sinistra facendomi sputare una dozzina di denti; mentre un’altra s’incaricava di spezzarmi una spalla, all’altezza dell’omero sinistro!
Mi rialzo subito facendo forza a me stesso per non perdere i sensi, un portaferiti mi porta in galleria, e sull’imboccatura incomincia a fasciarmi, in quel momento arriva un gruppo di soldati di corsa in galleria, mi mandano per terra e mi passano sopra, dal di fuori lanciano una bomba dentro la galleria e mi viene a cascare sui piedi, i soldati alla vista della bomba scappano verso l’interno, ho la presenza di spirito di aggrapparmi con la mano destra alla giubba di un soldato il quale nella corsa trascina anche me.
La bomba esplode, non fa danno a nessuno solo una scheggia mi taglia il pollice della mano destra.
La galleria si riempie di fumo, per non soffocare esco di fuori e vi trovo due lanciafiamme austriaci i quali appena mi vedono mi fanno cenno di uscir fuori dicendomi: medicazion, medicazion e m’indicavano in direzione della val Cesilla.
Capj che in fondo alla valle vi dovesse essere un posto di medicazione e m’incamminai verso quella direzione.
Tutti gli austriaci che incontravo mi ripetevano la stessa parola – medicazion – e m’indicavano sempre la val Cesilla.
Avevo percorso circa trecento metri quando mi trovai di fronte un’improvviso ostacolo consistente in quattro fili di filo spinato sovrapposti, di scavalcarli non avevo più la forza, poiché ero arrivato agli estremi, cercare il passaggio? avrei perduto del tempo prezioso e più del tempo del sangue poiché le mie ferite non potevo tamponarle. Decisi di passare carponi tra un filo e l’altro e così feci, però arrivato a metà mi si aggrappò la giubba al petto ed alle spalle e rimasi appeso!
Credetti di essere pervenuto alla fine! radunai le poche forze che mi erano rimaste e con la forza più della disperazione che d’altro do una strattonata, la giubba si strappa e così mi liberai ma non potei più muovermi.
Poco dopo passa un gruppo di prigionieri italiani fra i quali riconosco un mio compagno di pattuglia – certo Giuliani, barese – al quale gli fo cenni, dato che per via della ferita alla bocca non potevo più articolar parola, li per li, non mi riconosce, dopo guardandomi meglio esclama: Mucaria? gli fo cenno di sì, allora mi prende in spalla e mi conduce giù.
Poco dopo incontrammo due portaferiti austriaci, i quali stavano riparati dentro un fosso, questi mi presero, mi fasciarono alla meglio e mi portarono al posto di medicazione ove mi rifasciarono un’altra volta.
Verso le due arrivarono le barelle ci adagiarono sopra e portati da prigionieri italiani s’incomincia la discesa verso Grigno.
La strada era un via vai, di rincalzi austriaci che venivano su e di carovane di feriti e prigionieri che andavano in giù.
L’artiglieria italiana batteva fortemente la valle e quale fu la mia contentezza nel notare fra i colpi che arrivavano, dei shrapnel da 65!
Non poteva essere che lei! la 17a! che a mezzo dei suoi shrapnel m’inviava il suo saluto, dandomi buone notizie di sé, poiché quei shrapnel mi dicevano chiaramente, che la 17a batteria era ancora al suo posto! non solo; ma che non correva nessun pericolo, dato che si dedicava a contrastare, a distanza, la strada ai rincalzi nemici.
Rimpatriato dalla prigionia a mezzo di un mio compagno, certo Giovanni Perrone da Calatafimi, che il 15 giugno trovavasi in batteria seppi: che la mattina verso le 10 gli austriaci raggiunsero il Costone, arrivando fin quasi sulla batteria, il capitano fu ferito; ma rimase al suo posto, gli artiglieri dopo aver tirato con gli alzi a zero avevan dovuto difendere i pezzi coi moschetti e le bombe a mano e dal Costone – mercé il furioso contrattacco della nostra fanteria – in poche ore il nemico era stato ributtato sulle sue posizioni di partenza!

Mucaria Vito

Tornitore meccanico

Mutilato di guerra, ex artigliere della 17a batteria del 2o Reggto Artiglada Montagna

Via Agostino Bertani N 8 Trastevere Roma

, , , , , , , , ,

Nessun commento

LA TERZA DOLORE E SPAVENTO

foto di Leonardo Mucaria.

Alla riga 5, la mia bisnonna Elisabetta, 33 anni.
Alla riga 6 sua figlia Maria, 16 anni.
Alla riga 7 suo figlio. Mio nonno, Vito. Tre anni.
Rosario, il mio bisnonno, stava già a Brucculino e li aspettava.
Non fatico a appiccicare sui visi di chi sbarca a Pozzallo o a Lampedusa quelli di Elisabetta e di Maria, del piccolo Vito.
Anche se in Italia, nel 1903, non c’era guerra. E c’era, bene o male, uno Stato. Ma c’era anche miseria e fame. E allora si partiva. Perché se si ha fame, Cristo, si ha il diritto di partire.
Stipati in 1100 sulla Sicilian Prince, tutti in terza, ché la prima tiene posto solo per venticinque ricchi. Quindici giorni di traversata. Chissà che paura, du fimmine e chidd’avutru, nicareddu nicareddu.

foto di Leonardo Mucaria.
Paura o no, si andava. Si aveva da andare. Dal 1875 al 1913, quasi quattordici milioni. Su trentatrè.
Che strana gente. Che strana specie di gente, ad affrontare l’oceano per una speranza di bene, per il sogno di un di più. Che strana specie, poi, a fare presto ad abituarsi al comodo, e a dimenticare.
Che strana specie che è, la specie umana.

, , , , , , , ,

Nessun commento