COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 18


Io tutto ‘sto problema nel costruire muri che ci dividono dagli immigrati mica lo vedo. A me sembra un’ottima idea.
Per esempio, prendi casa mia. Di là dal muro c’è la famiglia di Bogdan. Oggi ho imparato che si chiama Bogdan, appunto, e che è rumeno (– Ma come rumeno!, Bogdan non è un nome slavo?, – Eh, sì, ma tanto quando lo dico non lo capisce nessuno). Il muro, dicevo. Metti che non ci sia il muro, io e Bogdan avremmo in comune la mia sala e il suo corridoio, e quel che è peggio è che avremmo in comune un gabinetto open space. Che non sarebbe un bel vedere, dai.
Ho imparato che si chiama Bogdan perché è rimasto senza luce. Era lì che stirava (la moglie stava dietro al bambino, un trottolino biondo che corre tutto il giorno) quando la luce, zac, è andata via. E allora ha suonato al vicino, cioè a me, per chiedermi se sapevo dov’era il contatore, come si fa tra vicini. E allora l’ho accompagnato giù in cantina, e in ascensore gli ho chiesto da dove veniva, e lui mi ha detto dalla Romania e si è presentato, Mi chiamo Bogdan, e io Piacere, Leo, e siamo andati giù e abbiamo tirato su il contatore.
E quindi tra me e Bogdan c’è un muro, e mi sembra normale. E anche giusto. E opportuno.
Anche perché la moglie è antipaticissima. O almeno così mi dice la mia signora, che a furia di incontrarla sul balcone a stendere, così, tutta bionda, giovane giovane magra magra coi pantaloncini corti, non l’ha presa in simpatia. E quindi meno male che c’è il muro, ‘nzia mai che incrociassi troppo spesso la scorbutica.

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