DA UN FRAMMENTO DI DIALOGO SOCRATICO DI AUTORE SCONOSCIUTO


– Ora, caro Glaucone, devi sapere che gli uomini si dividono, per così dire, in quattro fratrìe.
– Vediamole, o Leonzio.
– Appartengono innanzitutto alla prima fratrìa quelli bravi, ma bravi davvero, beati loro, quelli che fanno quel che devono fare, e lo fanno bene, e lo sanno.
– Per Ercole, Leonzio, invidiabile sorte è la loro!
– Invidiabile invero, e quasi divina. Opposta alla loro è invece la seconda fratrìa, della quale fa parte l’innumerabile genìa degli stronzi. Essi sono coloro che non fanno, o se fanno fanno male. E lo sanno, oh se lo sanno, perché è proprio quello che vogliono.
– Come!, vogliono il male?! Ma maestro Socrate dice che…
– Stacce, o Glaucone, vogliono il male. Con buona pace di maestro Socrate.
– Ma allora, o Leonzio, che il Tartaro li inghiotta!
– Anch’io me l’auguro, ma non ci spero. Tuttavia, gli uomini degni di appartenere a queste due prime fratrìe sono rari, e simili a semidei si aggirano tra i mortali. Più facile è incontrare esemplari delle due altre fratrìe, che chiameremo miste. Vuoi tu vederle, o Glaucone?
– Io sì.
– Orbene, alla terza fratrìa appartengono quelli che senza logos fanno cazzate sesquipedali, convinti in piena coscienza di fare bene.
– Per Zeus, Leonzio, ben strana gente è codesta!
– Sicuro, ma molto più numerosa di quanto tu non t’aspetteresti. E infine, o Glaucone, la quarta e ultima fratrìa comprende coloro che fanno bene ma non se ne accorgono, e così trascorrono la loro vita beneficando ma temendo in piena coscienza di fare cazzate.
– Oh, per Zeus, quale infelice condizione!
– Tu dici, o Glaucone? Eppure non passa giorno che non ringrazi il Cielo, or che Lachesi va a deporre il fuso e Atropo s’accosta, perché il fato e la benevolenza degli dei mi danno vieppiù motivo di pensare di far parte di quest’ultimo novero. E altro e di più non potrei desiderare.

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