TRACCE DI PIACENZA/15


(NdR: in quell’avvenimento epocale che fu la discesa di Carlo VIII in Italia nel 1494, la tappa piacentina fu in qualche modo decisiva. Fu proprio durante il soggiorno piacentino, infatti, che il re dovette mutare le proprie intenzioni, e rinunciare così a percorrere la via Emilia fino in Romagna per puntare direttamente su Firenze. Con tutto il casino che ne derivò)

Partitosi il re da Pavia, giunse in Piacenza dove Ludovico avuto novelle che il Duca di Milano suo nipote si moriva, prese commiato per andarvi. Pregollo il Re che ritornasse tosto, e egli così gli promise.
Ma prima, che giungesse a Pavia, morì il Duca, e Ludovico volando andò a Milano. Io lo seppi per le lettere dell’Ambasciatore Veneziano, ch’era con esso lui, il quale lo scriveva alla sua Repubblica; avvisandola, che egli si voleva far Duca, cosa sommamente odiosa a quella Signoria, la quale mi dimandò se il Re prenderia la protezione del fanciullo e avvenga che, ciò fosse molto ragionevole, io il posi in dubbio, atteso il bisogno, che il Re aveva del Sig. Ludovico.
In breve, egli si fece ricevere per Signore: e questo fu il fine (come molti dicevano) per lo quale ci aveva fatti passar i monti, imputandolo della morte del nipote, i parenti, e amici del quale s’erano messi in arme, e venuti in Romagna, (come io dissi) per torr’il governo a Ludovico, e agevolmente saria loro succeduto, se il Re non fusse stato in Italia. Ma avendo eglino incontra il conte di Caiazzo con gli Italiani, e Monsignor d’Aubigni con ducento uomini d’arme Francesi, e un numero di Svizzeri, Don Ferdinando fu costretto a ritirarsi verso Forlì, di che n’era Signora una bastarda de gli Sforza di Milano, vedova del Conte Girolamo, che fu nipote di Papa Sisto IV. Dicevasi costei essere amica d’Aragonesi, ma avendone i nostri preso d’assalto una sua piccola terra, battuta solamente due giorni, essa Signora s’accostò volentieri a noi, mostrandoci grande inclinazione. Cominciarono allora i popoli d’Italia, desiderosi di novità, a prender animo, vedendo cosa non più veduta a lor tempi, e questo era il condurre, e maneggiare con tanta facilità grandissimo numero d’artiglieria, il cui esercito non era mai per l’adietro stato così ben inteso nella Francia, come allora. Ferdinando avvicinandosi al regno si ridusse a Cesena, buona città della Chiesa, nella marca d’Ancona; ma avendo questa sua ritirata più sembiante di fuga, che di altro, ciascuno dunque trovava in disparte i somieri, e le bagaglie, senza alcuno rispetto, le saccheggiavano. Ne v’ha dubbio che si sarebbono quasi tutti ribellati, se i nostri, lasciando le ruberie, e le violenze, si fussero partiti moderatamente, e con buon ordine, ma facevano tutto in contrario; di che io n’ebbi grandissimo dispiacere, per la gloria, e fama, che si poteva acquistare in quel viaggio la nazione Francese. Conciosia che dal principio i popoli ci riverivano al pari d’uomini Santi; dandosi a credere ch’in noi fusse ogni fede, e bontà; ma cotal opinione non durò lor gran fatto, si per nostra propria colpa, come anco perché i nemici pubblicavano in ogni contrada noi essere pessima generazione di gente, la quale da per tutto rubava le donne, i denari, e i beni altrui. E nel vero non ci poteva essere attribuita maggiore infamia, e dicevano in parte la verità.
Lasciai il re a Piacenza, dove egli fece fare solenni esequie al Duca di Milano suo cugino germano; e io mi credo che egli non avesse guari altro, che farsi, atteso che Ludovico novello Duca di Milano s’era partito da lui. M’hanno detto alcuni (che lo dovevano saper molto bene) che i nostri temendo, e non sapendo ben di che, furono presso a ritornarsi indietro, massimamente vedendosi sprovveduti da tutte le cose. Oltrache molti, che lodarono già quel viaggio, al presente lo biasimavano, come fece per sue lettere, il Signor d’Urfè gran Scudiero, il quale essendo restato in Genova ammalato, pose il Re in gran sospetto, di cosa, di che diceva essere stato avvertito, ma (come altrove ho detto) Iddio mostrava di essere, quello, che conduceva l’impresa. In quella alterazione di mente ebbe novella il Re, che il Duca di Milano ritornava in campo, e che le cose di Firenze erano in moto, per le inimicizie, e invidia, che Pietro de’ Medici s’aveva tirata addosso, vivendo non alla Cittadinesca, ma come se stato fusse prencipe assoluto di quella Città; onde molto onorevoli famiglie, Capponi, Soderini, Nerli, e altre assai, le quali non potevano tollerare tanto fasto, e ambizione, diedero occasione a Pietro di partirsi da Firenze. Andossene diritto ad alcune terre deboli dello Stato, per farle sue, e potervisi ridurre nella vernata, la quale già era incominciata. Alcune delle quali si dichiararono a suo favore (come anco fece Lucca, nemica del nome Fiorentino) le quali tutte diedero al Re ogni comodità, e servizio. Il Duca di Milano ebbe sempre, mira, e fine di due cose principali, che il Re non passasse più inanzi in quella stagione, e che a lui fussero date Pisa, (Città nobile e grande) Sarzana e Pietrasanta. Le due ultime furono dei Genovesi, poco tempo prima, acquistate in guerra da Fiorentini a tempo di Lorenzo de Medici.
Il re prese la strada per Pontremoli, terra del Ducato di Milano, e andò assediar Sarzana fortissimo castello, e uno de’ migliori, che s’avessero i Fiorentini, ma per le divisioni loro sprovveduto d’ogni cosa…

Philippe de Commynes, Delle Mémorie Di Filippo Di Comines, Cavaliero, & Signore d’Argentone, Intorno alle principali azioni di Lodovico Undicesimo, e di Carlo Ottavo suo figliolo, amendue Re di Francia, Venezia 1640, pp. 237 s.

 

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