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STREAM OF CONSCIOUSNESS

Non si sa che cosa voglia fare, il cielo. Le nuvole sono grigie d’un grigio pesante, e dagli squarci azzurri il sole di tanto in tanto mi ferisce gli occhi.
Tiro giù l’aletta parasole e spengo l’autoradio.
Peccato, penso, proprio su The Lamia. A lui The Lamb Lies Down On Broadway non dice nulla. Sta silenzioso e teso, gli occhi fissi sui fogli di una presentazione in PowerPoint, del tutto noncurante della strada, delle altre auto e delle traversie di Rael.
Resta il motore a farmi compagnia, e il flusso di coscienza.

Tutto al contrario, ho fatto. Tutto al contrario.
Prima, il figlio.
Poi, il lavoro.
Poi, il matrimonio.
Poi, mi son laureato.
Tutto al contrario.
Eppure, quanta  soddisfazione in questo aver fatto tutto al contrario. Quanta sorpresa, e quanta novità. È un  po’ come i pittori che per vedere i rapporti tra le forme – dicono – osservano i paesaggi a testa in giù. Come se l’upside-down ti consentisse di uscire dalla routine e dal dar per scontato, ti costringesse ad avvertire peso e consistenza delle esperienze che credi a torto solite e banali.
Che c’è di più banale del laurearsi, del lavorare, dello sposarsi e del far figli? Eppure, prova a farlo al contrario.
Un bar tra piazza Fontana e via Larga. Mio padre, mia madre e mia moglie. Un caffè seduti a un tavolino. Poche parole, sorrisi quasi commossi e un’enorme soddisfazione. Quattro persone, quattro caffè. La mia festa di laurea. Poi via, a prendere le macchine, subito a casa, in tempo per l’uscita dall’asilo.

Il cielo si è chiuso. Piove. Il tergicristallo si muove a ritmi alterni. Rimetto a posto l’aletta parasole. Lui sfoglia e tace, si sistema gli occhiali e tace. In lontananza l’A1 si perde nel pulviscolo d’acqua, diventa un susseguirsi di lampi rossi di stop e frecce gialle.

Che poi il tempo passa e tutto cambia.
Che è un modo un po’ banale per dire che s’invecchia.
Che è un modo ancor più banale per dire che alla fin fine si è fatto qualche passo in più verso la morte.
Per cui è molto meglio dire che il tempo passa e tutto cambia.
Perfino i parcheggi. Per dire, via Kennedy è tutto un divieto di sosta. Ci parcheggiavo cinque giorni su sei e ora niente, vietato.
Son passati otto anni. Cambiano le persone, figurarsi i parcheggi.
Qualcosa però non cambia, per fortuna. Due anni di SSIS ti permettono di rintracciare a colpo sicuro (e velocemente) i cessi di Lettere. Ma anche il migliore bar pasticceria di via D’Azeglio.

Il tempo passa e tutto cambia. Ripercorro l’A1 in senso inverso. C’è sole e calore, adesso, colore e musica.
In sottofondo Grant Lee Buffalo canta Rock Of Ages.

Sorpasso, parlo, ascolto. Rido, sorrido, ridiamo e sorridiamo, rilassati.
Passato, presente, futuro, cosa importa.
Salto l’uscita, e neanche me ne accorgo. Ma sì, Piacenza Sud, Piacenza Nord, chissenefrega, andiamo avanti ancora un po’, ché quando ci ricapita?

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PEZZI/06 – TE LA SENTI?

Il giorno in cui decisi di laurearmi, me lo ricordo come fosse oggi.
I miei avevano un’azienda agricola nelle campagne ciociare, vicino a Frosinone. Due miei fratelli stanno ancora lì, hanno le vacche, fanno il formaggio.
Io invece, a diciott’anni, finito il liceo, dissi a mio padre, “A pa’, io voglio andare avanti a studiare, vado all’università.” E sono salito su a Piacenza, alla Cattolica, facoltà di agraria. Con la mia valigia me ne sono venuto e stavo al collegio sant’Isidoro.
Tempo due mesi e m’ero già rotto i coglioni. I corsi, lo studio, il collegio, il non trovarsi bene con i compagni, non so. Al momento di andare a casa per le vacanze di Natale ho svuotato il mio armadietto, ho rifatto la valigia, sono tornato giù e ho detto a mio padre, “A pa’, sono tornato, e non torno più su. Mi fermo qua e lavoro con te.” Lui mi ha guardato, ha fatto sì con la testa e mi ha detto “Bene, stai tranquillo, non ci pensare, qui il lavoro non manca.”
E così tornai a lavorare nelle stalle, a portare via il latte, a stare attento alla pulizia, a curare la distribuzione del foraggio. Lo facevo bene, e mi piaceva. Ero contento.
Andò avanti così una settimana, e passò il capodanno.
Due giorni dopo, era di sera, e mi ricordo che faceva un freddo cane. C’era un vento che tagliava la faccia e minacciava neve.
Mio padre mi chiamò da parte e mi disse “C’è un problema. Io e la mamma dobbiamo andare dallo zio Gino che nun sta bene, gliel’abbiamo promesso, ma vedi che c’è, è successo qualcosa, s’è rotta una cinghia, nun so, e nun funziona più il raschiatore. C’è da portare fuori tutto il liquame a mano, con pala e carriola. E allora ce devi penza’ tu. Te la senti?” E io, che dovevo di’? “Va bene papà, ci penso io.”
Me lo ricordo come fosse oggi. Una carriola di merda e di piscio dopo l’altra, che dovevo portare, guarda, come da qua a là in fondo, che quando uscivo dalla stalla il vento mi tagliava la faccia da un lato, e quando tornavo me la tagliava dall’altro. Il freddo, la puzza, la fatica e lo schifo. Tre ore c’ho messo, che quando è tornato mio padre “Bravo,” m’ha detto, “ora ci penso io, vatti a fare una doccia”, io sono andato e, tempo di finire, mio padre mi fa “Oh, era una stronzata, il nastro è a posto, ora funziona benissimo.
Il giorno dopo, a tavola, “Papà,” gli ho detto, “sai che c’è? Ci ho ripensato, torno a Piacenza e mi metto a studiare. Sul serio, mi laureo.”
Lui non ha detto niente, ha guardato di sguincio mia madre e ha abbozzato un mezzo sorriso. Poi mi ha versato da bere.
Che io non gliel’ho mai chiesto, e adesso è tardi, e lui è da mo che è morto, ma in testa mia sono sicuro che quel nastro trasportatore l’ha rotto lui.

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PERDONAMI

E niente. Glielo devo, a Giuseppe.
Non so proprio cosa scrivere. Forse la cosa migliore è cominciare dall’inizio. Ci provo.
Non è la prima volta che muore un mio studente. In ventiquattro anni di insegnamento, a botte di circa tre, quattrocento studenti l’anno, non è così improbabile avere a che fare con tragedie del genere.
(Senza contare la morte di colleghi, o la morte dei genitori dei miei allievi. Ma la morte di un ragazzo, beh, è molto più difficile da accettare.)
Negli ultimi anni, per dire, sono morti due miei ex allievi.
Uno al primo anno di università. A un incrocio con la statale 45. Non so se avesse torto o ragione, chissenefrega, fatto sta che bum, c’è rimasto secco sul colpo. Vent’anni, brillante, matricola a ingegneria dei trasporti, se ricordo bene, ma non importa. Quanti dei miei studenti sono rimasti coinvolti in incidenti, quanti ne sono morti? Non so, certo non una moltitudine, ma nemmeno pochi. Gli incidenti, si sa. Càpitano.
L’altro, alle soglie della laurea. La puntura di un’ape, di una vespa, vallo a sapere. Mentre stava andando a casa in motorino, lui che abitava in campagna. Ha fatto a tempo ad arrivare, a togliersi il casco e a dire che stava male. Poi, buio. Shock anafilattico. Che è già diverso da un incidente d’auto, eh. Il fattore sfiga assume dimensioni più mostruose, e tutto cospira per farti bestemmiare come se non ci fosse altro mezzo per dare sfogo al dolore. Ma si sa, son cose che capitano. Raramente, eh, grazie al cielo, ma capitano.
Ma Giuseppe no. È tutta un’altra storia. E non me ne capacito, non mi do pace.
Giuseppe ce l’ho avuto per un solo anno. Ma era l’anno della mia unica supplenza annuale di storia e filo. Così, con la classe di Giuseppe ho trascorso più tempo di quanto non ne trascorra normalmente in cinque anni con le classi in cui insegno religione. A quei ragazzi mi sentivo e mi sento tuttora legato.
Fatto sta che Giuseppe era un mio allievo. Bravo, capace. Timido, mai sopra le righe, ma di compagnia, spiritoso e sveglio.
L’ultimo ricordo che ho di lui è una sua mail che mi ha scritto all’indomani della terza prova d’esame, con una sua battuta e i ringraziamenti per il messaggio di auguri che avevo spedito loro la sera prima.
Giuseppe ha studiato a Pavia e si è laureato in biotecnologie, naturalmente in corso.
Giuseppe ha compiuto ventitre anni il 21 agosto.
E una settimana dopo, la sera, Giuseppe si è buttato sotto a un treno nella stazione di Pavia.
Perché.
Perché, perché. Perché.
Boh.
Io l’ho saputo solo ieri sera. Mentre partecipavo all’asta di un fantacalcio. Perché è giusto che la vita ci prenda per il culo, è giusto così. Me l’ha detto un suo ex compagno di classe.
Era un po’ di tempo che Giuseppe aveva dei disturbi, mi ha raccontato. Niente di grosso, delle amnesie, ma insomma, la cosa lo aveva preoccupato. E ha provato, come è ovvio, a guardarci dentro.
Ma a quel che ho capito, non ha nemmeno aspettato di avere in mano l’esito delle analisi. Ha lasciato un messaggio, credo sul telefonino, e il senso del messaggio era: preferisco aver vissuto pienamente anche solo ventitre anni piuttosto che vivere da larva il tempo che mi rimane.
Il telefonino lo ha abbandonato, o gettato, sulla banchina della stazione di Pavia.
Su Facebook ci sono i messaggi dei suoi amici, come sempre in queste occasioni. Sono tutti improntati a grande tristezza, com’è ovvio, ma anche a grande pace. Sembrano tutti comunque contenti di averlo conosciuto, di avere avuto a che fare con lui (giuro, li capisco, e credo che siano sinceri, ché il ricordo che ho di Giuseppe mi porterebbe a dire le stesse cose).
Poi ci sono i suoi ultimi messaggi. Giuseppe che ringrazia gli amici per la festa di compleanno a sorpresa. Giuseppe che posta il video delle canzoni di un paio di gruppi a me ignoti. Giuseppe che non si ricorda di aver spostato in un’altra cartella i filmati della sua vacanza, e che la trova vuota. Una delle sue amnesie, forse. Fatto sta che ventiquattr’ore dopo si buttava sotto a un treno.
La sorella dice che non lo perdonerà mai. Che questo non glielo doveva fare. Che certo, continuerà a volergli bene, ma non doveva farli soffrire così.
E insomma, tutto il luna park del dolore, tanto scontato quanto inevitabile e vero.
E io non so cosa dire. Al solito mi vien da pensare a un bel po’ di cose, forse banali, ma non so che farci.
Tipo.
Ma porca puttana, con 603 contatti su Facebook, neanche un cane con cui provare a parlare a tu per tu, con cui sfogarti, a cui dire che non ne potevi più?! Perché sempre questa sorpresa, questo dire ma non sembrava, nessuno se l’aspettava?
E davvero non sembrava? Chissà quanti segnali avrai dato, chissà quante parole buttate lì, quanti discorsi appena abbozzati. Chissà quanti  momenti in cui sei stato insieme a qualcuno ma senza che nessuno fosse davvero presente, lì, per l’altro. Disposto davvero a guardare l’altro, disposto davvero all’ascolto. Chissà quanto dolore ci passa accanto, anche in chi ci è più vicino, e noi manco ce ne accorgiamo.
E di cosa hai avuto paura, Giuseppe? Non di morire, è evidente. E nemmeno del dolore. Non hai fatto una morte meno dolorosa di quella che (forse!) ti era destinata. E allora, di cosa hai avuto paura?
Ahimè, di vivere. Non mi viene altra risposta. Di vivere a condizioni diverse da quelle che tu volevi porre.
Ne avevi diritto? Sei stato vigliacco? Sei stato coraggioso? Ti sei sentito solo? Abbandonato?
La cosa tremenda è che né io, né nessuna delle persone che tu hai incontrato in ventitre anni è stata in grado di lasciarti qualcosa che, in quel momento, fosse in grado di fermarti, di farti cambiare idea.
È per questo che sono triste. Che scrivo questo post orrendo. Per l’inutilità e lo spreco della tua morte. Per l’inutilità e lo spreco dei rapporti. L’inutilità e lo spreco del tempo, di quel che dico e che faccio.
Perdonami. Perdonaci.

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A BRACCIA APERTE

C’era una spessa asse di legno grigio tutto scheggiato. Era sospesa tra due file di sassi impilati, sassi grandi raccolti nei campi durante l’aratura. Era sospesa lì, sotto le robinie. Ci si sedevano i vecchi a prendere il fresco nelle afose giornate di agosto, quando noi invece il caldo non lo sentivamo e correvamo sui sentieri sterrati che portavano ai vigneti.

Ma nelle giornate di vento forte quello era il nostro posto. Ci mettevamo in piedi sull’asse di legno e lasciavamo che il vento ci gonfiasse i vestiti. Aprivamo la braccia e aspettavamo di volare via urlando a squarciagola per sentire le parole andare lontano. Eravamo piloti di aerei o cavalieri lanciati al galoppo, eravamo leggeri e saltavamo sperando che l’aria ci sollevasse un po’ più in alto. Eravamo felici, a braccia spalancate nel turbinio delle foglie di robinia, nel naso il profumo dell’erba e le mani strette forte che se il vento ci porta via almeno siamo insieme e non ci perdiamo nel blu terso del cielo.

E quando, mentre giocavi una delle tue prime partite in un pomeriggio di primavera, cielo blu e vento forte, ti ho visto fermarti all’improvviso e allargare le braccia, ho visto la tua maglietta rossa gonfiarsi d’aria e il tuo sorriso mentre tutti gli altri rincorrevano la palla e l’allenatore urlava il tuo nome, io ho riso forte.
Fermo in mezzo al campo, i calzettoni abbassati, la braccia aperte per lasciar passare il vento. Un bambino felice.

E’ che anche oggi fuori tira una bella aria. Esco un po’ per farmi spettinare i capelli.
E tu? Lo senti ancora il vento?

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IL PENSATOIO

Oggi ero lì che ricordavo le vacanze passate cercando le mie foto coi capelli corti. Così mi sono accorta che di un sacco di ricordi non ho alcuna documentazione fotografica al di là delle immagini ben impresse nella mia mente. Allora sono andata a spulciare nel vecchio blog. E ho trovato cose che mi han fatto ridere e commuovere, cose che avevo scritto e dimenticato, vivide immagini raccolte giorno dopo giorno per anni.
Un tesoro, il mio.

Io non lo so se vale riciclare ma quello che cercavo era lì, depositato una notte del novembre 2005.

Era una pensioncina in montagna, una delle poche vacanze che ho fatto con la mia famiglia.
Avevo nove anni, i capelli corti e le ginocchia sbucciate; mio zio diceva che avrebbe voluto un figlio come me, che da femmina avevo solo la Barbie ballerina.
Mi ero trovata un’amichetta, di cui non ricordo assolutamente niente se non che quel pomeriggio c’era anche lei.
La pensione era un piccolo edificio con poche camere al piano superiore, la sala da pranzo e la cucina a piano terra. In fondo al corridoio del primo piano c’era una porta finestra che si apriva su un piccolo balcone di servizio.
Quello era un buon posto, poco frequentato, e spesso andavamo lì a giocare.
Dalla ringhiera partiva un lungo filo che terminava legato ad un palo conficcato nel terreno; quelli dell’albergo ci stendevano i panni ad asciugare, ma quel pomeriggio non c’era niente di steso e la curva che la corda disegnava nell’aria era bellissima: dal balcone al prato, un invitante filo di ragnatela. L’idea era fantastica: scivolare giù appese a quella candida liana. E io ci provo.
Scavalco il parapetto e fin qui nessun problema; mi calo nel vuoto restando aggrappata con le mani alle sbarre della ringhiera e adesso viene il bello.
Per prendere il filo devo ruotare il busto e rimanere appesa con una mano sola; comincio a pensare che forse era meglio allenarsi un po’, prima di passare alla realizzazione del piano. Ci tento un paio di volte, ma inutilmente. Intanto l’amichetta si dà alla fuga e io, incapace di risalire, decido che non mi resta che scendere. Un volo di tre metri; un capolavoro. Allargo le braccia, mi piego sulle ginocchia in perfetto equilibrio; le piante dei piedi bruciano un pochino, ma non è niente a confronto del mio orgoglio ferito. Alzo la testa giusto in tempo per vedere la proprietaria della pensione in piedi, davanti alla finestra della cucina a piano terra che si mette le mani nei capelli e comincia a correre. Allora corro anch’io!
Quel che è successo dopo l’ho rimosso; mi vedo in braccio a mio padre che sorride, in camera coricata sul letto con mia madre che mi carezza la schiena. Ma forse sono altri momenti ed altri posti.
I miei figli dormono e mio marito è fuori; io sono qua che sorseggio un vino bianco, dolce e frizzante. Ora, ripensando a quella cosa, il filo bianco tra il balcone e il prato, sono ancora convinta che si poteva fare.
Non era impossibile passare nel verde dal blu lasciandosi scivolare.

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16 LUGLIO 2011

Compiere gli anni in estate non è una cosa facile.

Quando ero piccola eravamo sempre in campagna.
Niente compagni di scuola, niente amichetti.
Ho un sacco di foto fatte intorno al tavolo rotondo io, lo zuccotto e i miei cugini.
Di anno in anno aumentavano le candeline sulla torta, scomparivano denti, apparivano occhiali.
Oggi le ho messe in fila. Eravamo sempre noi, di anno in anno diversi.
Poi son diventata grande e il 16 luglio faceva schifo uguale.
Gli amici sono al mare oppure sei al mare tu e il compleanno lontano da casa è complicato da organizzare.
Allora niente regali, che non si sa dove comprarli, e niente neanche quando torni, che ormai è il compleanno di qualcun altro e il tuo è già passato.
Anni di cene romantiche in posti meravigliosi, tu, tuo marito, i tuoi figli e qualche volta la suocera o la mamma. Che è bello anche così, per carità.
E poi ci son giornate come questa, giornate che sei felice anche se ti senti troppo grande.
Giornate che ricorderai per la sorpresa, per l’affetto, perché è stato tutto per te.
Giornate che sorridi come in quella foto.
Sì. Quella foto là, che abbracci il mondo.

 

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STORIE D’ACQUA

Ci portava mia zia, che era l’unica che non lavorava.
Partivamo nel primo pomeriggio e scendevamo a piedi. Lei davanti e sei bambini urlanti dietro che scendevano la collina tagliando per i campi.
Già il viaggio era una festa: si andava al Trebbia.
Si andava a fare il bagno sotto il ponte o vicino al mulino, che c’erano i sassoni da cui si potevano fare i tuffi.
E l’acqua era gelata, i sassi scivolosi e non ci si poteva stendere a prendere il sole perché non c’era altro che ciottoli lì attorno. Una festa.
La zia teneva il conto del tempo: non si entrava in acqua se non erano passate tre ore dal pranzo. Poi sedeva all’ombra su un sasso grosso con il suo grembiule a fiori abbottonato davanti e ci curava mentre noi entravamo e uscivamo dal fiume in continuazione.
E quando lo diceva lei si usciva tutti dall’acqua, ci si toglieva il costume bagnato, si infilavano le mutande e si tornava a casa, scarpinando per i campi, in salita fino a casa.

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PINZIMONIO. LA GENESI.

Quando ero piccola vivevo in casa coi miei nonni. Era un appartamento al quarto piano, senza ascensore.
La cucina era così piccola che a tavola non ci stavamo tutti e la nonna mangiava appoggiando il piatto sul ripiano dei mobili; c’erano solo due stanze da letto e io dormivo in camera coi miei e sul divano in sala non c’era mai posto così guardavo la televisione in bianco e nero seduta su una sedia. Eppure per me era una casa bellissima. Non ero mai sola.
E c’era il nonno Nino. Diceva che io ero il suo cestino di fiori.
Ricordo battaglie con i ferri da calza in corridoio, io che attaccavo e lui che si difendeva, e la nonna che mi insegnava a fare il mezzo punto. E poi ricordo la primavera. Perché quando arrivava maggio ce ne andavamo in campagna, nella casa dove era nato mio padre, e stavamo lì fino a novembre.
Io, la mamma, il papà e i nonni.
E il nonno Nino era nel suo regno. Maglia di lana anche ad agosto e camicia abbottonata fino all’ultimo bottone, si sedeva sui sassi davanti alla conigliera e dominava l’aia. Lui lì aveva lavorato la terra, accudito le bestie, cresciuto quattro figli. E adesso aveva me, il suo cestino di fiori.
Nella casa dei nonni non c’era il bagno e la nonna scaldava l’acqua sulla stufa a riempiva una tinozza di plastica azzurra per lavarmi.
Quella casa di sassi racchiude tutti i più bei ricordi della mia infanzia.
La mattina il nonno beveva il vino rosso nella scodella e mangiava i peperoni in pinzimonio. Metteva il sale nella tazza del latte e poi aggiungeva l’olio, mi prendeva in braccio e mangiavamo i peperoni crudi. Rossi, verdi o gialli li tagliava a strisce e pocciavamo insieme. Erano la cosa più buona del mondo.
Poi una volta, avrò avuto cinque anni, devo avere esagerato e ho vomitato un giorno intero. La nonna ha dato un sacco di nomi al nonno e la mamma, quando è tornata dal lavoro, ha messo il broncio.
I peperoni al mattino non me li han fatti mangiare più. E per protesta non li ho mangiati più in assoluto.
L’anno dopo è nata mia sorella, han fatto il bagno nuovo nella casa vecchia, han cominciato a ristrutturare il fienile per farci quattro appartamenti per la mia famiglia e quelle dei miei zii. Ma questa è un’altra storia.

Insomma,  quando sono andata a fare la lista di nozze e mi han proposto il servizio da pinzimonio io non son stata capace di dire di no. Un piatto per le verdure e sei piccole ciotole decorate con verdurine colorate. Inutile dire che non l’ho usato mai.
Perché il pinzimonio si fa nella tazza del latte, si mette il sale e poi si aggiunge l’olio e si deve pocciare con qualcuno a cui si vuole molto bene, possibilmente di mattina.

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PEZZI/03

Ma no, non è che ci provo con tutte le ragazze. Non con tutte, almeno. Solo con quelle belle. Con quelle belle, prof, sì che ci provo, ci provo subito!
Perché?!
Come, perché!
Ma perché è tardi, prof, c’ho poco tempo.
Ho diciott’anni, prof. Mio papà a diciott’anni già lavorava, sapeva già cosa avrebbe fatto per tutta la vita.
A vent’anni era già sposato, l’anno dopo sono nato io, l’anno dopo ancora è nato mio fratello Andrej.
Quando è venuto in Italia, papà aveva ventiquattr’anni, una moglie, due figli e era già un bravo muratore.
E adesso papà mi dice di sbrigarmi.
Perché sono ancora in quarta, mi manca un anno prima di finire ‘sto cavolo di scuola e poter andare a lavorare.
Quando avrò finito avrò quasi vent’anni. E mi dovrò sposare, prof.
Ma se non mi do da fare, se non trovo una donna bella che mi sposi e arrivo a venticinque anni, a venticinque anni si è vecchi, prof, a venticinque anni è troppo tardi.
A venticinque anni, se non sei già sposato, ti danno la prima che capita. Si fa un matrimonio combinato, e ti danno quel che c’è. Quello che resta. Ti danno una donna che non ha voluto nessuno, che non si è presa nessuno. Ti  danno gli scarti.
E io mica voglio uno scarto, voglio una moglie bella. E allora mi devo dar da fare.
Oh, in Macedonia è così.

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BRAVI NOI

Diciannove anni fa, più o meno a quest’ora, siamo andati nella casa nuova e abbiamo lasciato le chiavi agli amici perché potessero riempirci il letto di riso e tappezzarci le pareti di carta igienica.
Ti ho chiesto se avevi chiamato il ristorante e tu hai risposto “sì, è tutto a posto”.
Poi sono tornata a casa dei miei ho messo in ordine le cose e i pensieri, come faccio sempre, e ho dormito col mio bambino nella stanza che tante volte ci ha visto abbracciati.
“Mamma, domani ci sposiamo.” “Ci sposiamo, sì.”
Del mattino dopo non ricordo molto. Marco che correva su e giù per il corridoio, la sarta col vestito, il parrucchiere che non mi diceva l’ora perché eravamo paurosamente in ritardo.
Poi Daniela che si è messa a piangere e tuo cugino che si vantava dell’alettone montato sulla macchina che mi doveva portare in chiesa. Il bouquet sbagliato, mio padre che mi aiutava a scendere e mi diceva quanto ero bella. Tu che all’altare mi chiedi in dialetto come va. E tanta gente, davvero tanta; la gente che ci ha accompagnato in quella storia strana che è stata la nostra vita. Ognuno a suo modo e comunque tutti lì.
Marco che dorme tra noi due nel tragitto in macchina, gli zingari accampati davanti al ristorante, il nostro tavolo che non c’era e tutto il tempo in piedi a parlare coi parenti.
Ricordo la stanchezza, l’acconciatura che non riuscivo a sciogliere, tuo fratello che è rimasto fino a tardi a farci compagnia seduti sui divani nuovi.
Domani sarà un’altra volta il 25 aprile.
Nonostante tutto siamo stati bravi. Davvero.

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