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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 10

Il Carneade di oggi è Granovetter.
Uff, no, non l’avevo mai sentito. Sì, sono ignorante. Proseguiamo.
Allora. Una frase come Che poi stanno sempre su Internet, ci hanno un sacco di amici su Feisbuc, oddio, “amici”, loro dicono “amici”, ma amici VERI, legami VERI, rapporti VERI non ne hanno mica, ecco, questa è  senz’altro una delle frasi più diffuse e ripetute nelle aule insegnanti del regno, pronunciata pensosamente durante i consigli di classe, proferita scuotendo il testone in sincrono col collega di fronte alla macchinetta del caffè o anche sbattuta in faccia agli stessi interessati, i ragazzi, col gusto di spiegar loro come (non) funziona la (loro) vita a paragone di quando invece noi.
Confesso, l’ho detto anch’io. E non una volta sola. Perché del vero c’è, eh. Caspita, se c’è. Del resto è un luogo comune, e i luoghi comuni diventano comuni perché qualcosa di vero dicono, altrimenti non diremmo che sono luoghi comuni, ma, semplicemente, puttanate.
Tuttavia, è un luogo comune, quindi parziale.
I ragazzi non hanno legami veri. Legami forti, diciamo.
A parte che, mi si consenta, cosa caspita vuoi mai sapere tu di quali legami abbia o non abbia il ragazzino del terzo banco a sinistra, e se ‘sti legami siano forti, deboli o discretamente robusti.
Ma poi, cosa sono i legami forti?
Legami forti sono quelli che ho con chi mi è amico. Coi miei familiari. Coi miei più stretti collaboratori. Persone con le quali ho profondi legami affettivi, o con le quali condivido uno stesso modo di vedere il mondo, di lavorare o anche solo di cazzeggiare.
Ora, con queste persone accade che io ti parlo, tu mi parli, ma in fondo non ci diciamo nulla di nuovo. Non ci attendiamo nulla di nuovo. Ci conosciamo, andiamo d’accordo, stiamo insieme per questo, lavoriamo insieme per questo.
Ecco, qui entra in gioco il Granovetter, che salta su e dice: occhio, ché se avete gli stessi interessi e condividete le stesse informazioni, gira e rigira va a finire che non vi accorgete delle eventuali nuove opportunità. Vi dite sempre le stesse cose e  non portate a casa conoscenze nuove.
Chi invece ha legami deboli, cioè contatti con persone che conosce in modo relativamente superficiale, interagendo di rado e poco intensamente, amplifica le proprie possibilità di conoscenza. Aumenta addirittura le sue possibilità di trovare lavoro. I legami deboli aprono finestre su realtà sconosciute, che possono risultare inquietanti ma anche proficue.
Ai fini dell’imparare, perciò, una rete di legami deboli offre più stimoli e possibilità di una rete di legami forti. Nasce il connettivismo, una teoria che sottolinea appunto il valore e la funzione delle connessioni nei meccanismi di apprendimento. E i nostri studentelli hanno nel web un’opportunità di apprendimento pazzesca, ancor più che una fonte di pericoli e di distrazione.
Ecco, che questa cosa uno l’abbia potuta teorizzare (venendo subito preso a pescioni in faccia) non quando è stata lanciata Facebook, e nemmeno quando sono saltati fuori i newsgroup, ma all’inizio degli anni ’70, è una roba che mi manda nei matti.

Come funziona la forza dei legami deboli

Come funziona la forza dei legami deboli

Il giovane Granovetter intuisce la teoria della forza dei legami deboli

Il giovane Granovetter intuisce la teoria della forza dei legami deboli

 

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 08

È così. Arrivi a cinquant’anni, ti credi esperto del mondo e de li vizi umani e del valore, e invece. Chissà quanti tizi non ho mai sentito nominare ma, ciascuno nel suo, hanno contribuito al progresso umano ben più di quanto potrò mai fare io portando in giro per il mondo la mia massa grassa.
Von Foerster, per esempio. (– Cioè, NON SAPEVI CHI ERA VON FOERSTER?! Ma co…  – SCOIATTOLO!) Von Foerster, dicevo. Bella questa cosa delle macchine banali e non banali.
Una macchina è banale, dice il Von, se è caratterizzata da una relazione uno-a-uno tra input e output. Se, dato uno stimolo A, produce sempre la risposta B. Se fa sempre la stessa cosa, insomma. Schiaccio il pulsante, e vien fuori l’aria calda. Giro la chiave, e si accende il motore. Metto la panna nella carbonara, scoppia un flame su internet. Posto un gattyno, prendo trenta Like. È un sistema deterministico, e quindi prevedibile.
Ma ci sono anche le macchine non banali: tra input e output la relazione è diversa. Dato lo stimolo A, non sempre rispondono B. Il fatto è che la risposta che viene data è frutto delle risposte date in precedenza. Anche queste macchine sono deterministiche: è una serie di stati interni a causarne il comportamento. Ma dato che io posso vedere solo l’input e l’output, posso ipotizzare gli stati interni solo da quanto osservo dall’esterno. E così le macchine non banali sono imprevedibili. E poco utili nella pratica, ovvio. Sono anni che schiaccio il pulsante e vien fuori aria calda, ma può essere che stamattina io schiacci il pulsante e venga fuori aria fredda, o non venga fuori niente: a quel punto è improbabile che mi limiti a constatare Toh!, ma guarda che caso strano, il mio phon si è trasformato in una macchina non banale. Dirò che si è rotto, e lo aggiusterò o lo sostituirò.
In pratica: se una macchina banale comincia a funzionare in modo non banale, corriamo subito ai ripari per banalizzarla.
Tutto il rapporto uomo-natura è in fondo improntato a un costante tentativo di banalizzazione: la natura di suo non è per niente prevedibile, anzi è piuttosto caotica; ma l’uomo è capace di estrapolarne delle regolarità, ovvero di banalizzarla, traendone vantaggio (non è che occorra conoscere tutti gli stati interni della macchina biologica per inventare l’agricoltura e l’allevamento).
Ma se c’è un campo in cui, dice il Von Foerster, quest’opera di banalizzazione è nociva, quello è il campo dell’istruzione: la scuola è un costrutto mirato a banalizzare quelle macchine non banali che sono i bambini, o in generale i ggiovani. La risposta di un bambino è sempre imprevedibile: la scuola opera perché alla domanda dell’insegnante il bambino fornisca la risposta corretta, ossia quella attesa, prevista e prevedibile. A stimolo A deve corrispondere risposta B, appunto.
I test di valutazione sono la macchina di banalizzazione perfetta: sottopongono domande di cui si conosce già la risposta a persone da cui si attende la risposta corretta. Più alto è il punteggio che ottieni in un test, e più ti sei banalizzato. Ossia, digiamolo, sei sotto controllo.
Ora basta, che devo andare a esercitarmi a fare un po’ di test per la preselezione del concOH WAIT!

Una serie di frasi esplicative con trollata conclusiva del solito Wittgenstein.

Una serie di frasi a caso con trollata conclusiva del solito Wittgenstein.

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 06

I test d’intelligenza vengono tuttora considerati validi. Pensavo che da mo fossero stati ridotti a passatempi estivi o a rubrica di rotocalco o di Cioè, e invece. Per esempio, la quarta e ultima versione del WISC (WISC-IV, Wechsler Intelligence Scale for Children) è del 2003 (introdotta in Italia nel 2012), quella del WAIS (WAIS-IV, Wechsler Adult Intelligence Scale) è del 2008 (in Italia dal 2013). Certo, questi test sono una versione estremamente evoluta, e modificata, dei vecchi testi di Binet e Simon, che passarono attraverso Terman, che divennero scala Stanford-Binet, e che generarono i test Alpha e Beta dei reclutamenti per la prima guerra mondiale che al mercato mio padre comprò. Ma sono comunque roba di un secolo fa, almeno come concezione di fondo. Eppure sembra che l’idea di misurare l’intelligenza di un individuo attraverso domande, test e quiz sia ancora del tutto accettabile. La mia ignoranza si perplime, e constata.WAIS-IV_Visual_Puzzles

Il burro fa male. E fin qui. Ma la cosa interessante è che ne abbiamo la conferma ufficiale grazie ad una ricerca commissionata dalla Danish Dairy Industry, che di burro ne produce qualche tonnellata. Insomma: la Danish Dairy, un mostro che riunisce 34 produttori, una potenza capace di sottoporre a trasformazione la bellezza di circa 4.9 billion kg milk for high-quality products (!!!), ha pensato bene di sovvenzionare uno studio approfondito sulle qualità del burro, ovviamente allo scopo di incrementarne l’appetibilità, e quindi le vendite: il risultato è stato uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition in cui si sostiene che even moderate levels of butter consumption could result in higher cholesterol. At the very least, the study showed that butter raises blood cholesterol levels more than alternatives such as olive oil. E insomma, oggi ho imparato che è possibile, che possono esistere ricercatori capaci di fare il proprio lavoro obiettivamente e onestamente, senza sottostare agli interessi di KI LI PAKA!!1!

È da un bel po’ che non vado alla Lidl, e così non ero a conoscenza di quel che descrive La Due Dodici nel suo stato di Feisbuc. Per chi non potesse leggerlo, il fatto è che alcune catene di supermercati (e in Italia la prima è stata proprio Lidl) si sono stancate di subire in silenzio il furto di decine di carrelli ogni mese, con un danno che pare aggirarsi tra gli 80 e i 120 euro a pezzo. Hanno così munito i carrelli di un particolare tipo di ganascia che scatta automaticamente quando il carrello si allontana oltre una certa distanza dall’uscita del supermercato, che so, al di là del limite del parcheggio. E così l’incauto avventore che, più che tentare di fottersi il carrello, è uso utilizzarlo per portarsi la spesa fino a casa, va incontro a inaspettati e repentini schianti contro il maniglione nel momento in cui si trova ad oltrepassare l’invisibile confine. La Due Dodici dice che starebbe tutto il giorno a guardarli. La capisco, e provvederò a recarmi al più presto alla Lidl più vicina per unirmi a questa forma di umarellismo spinto e un po’ bastardo.

Ieri notte sono andato a prendere il ragazzo a Orio al Serio, di ritorno da Valencia. Viaggiare di notte, in piena estate, sul tratto Piacenza – Brescia dell’A21 è quasi come guidare in mezzo a una nevicata sul Pordoi: insetti di tutte le fogge e dimensioni, vorticanti come fiocchi di neve, spuntano di continuo dal nulla intersecando i fasci dei fari e vengono a schiantarsi sul parabrezza, sul cofano, sugli specchietti, dappertutto, al ritmo di centinaia al minuto, o comunque di svariate decinaia. Moscerini, moschini, farfalline, cavallette, locuste, cammelli. Di tutto. Un continuo crepitare e scoppiettare. Ho la macchina conciata come se fossi passato sotto uno stormo di gabbiani dall’intestino debole. Che poi, tra la quantità incredibile di insetti e la fantasmagoria di puzze che si avvertono tra Cremona e Manerbio, credo che i piedi neri del bambino siano proprio l’ultimo dei problemi di Ghedi.

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 03

Esistono prodotti specifici per lavare le tende. Nella mia testa il lino era lino, il cotone cotone, la lana lana. Il colorato era colorato e il bianco bianco. E invece no: molto dipende anche dalla forma, non solo dalla sostanza. Il cotone a forma di lenzuolo richiede un prodotto diverso dal cotone a forma di tenda.foto di Leonardo Mucaria.

Le nostre percezioni sono influenzate dai nostri pregiudizi e dalle nostre aspettative: e fin qui. Ma non immaginavo fino a che punto lo siano. Bruner fa un esperimento. Prende un gruppo di ragazzi poveri, un gruppo di ragazzi ricchi ed un terzo gruppo di controllo, non importa se ricchi o poveri. A tutti e tre i gruppi viene dato un compito: devono paragonare le dimensioni dell’oggetto che viene loro messo in mano con quelle di un fascio di luce circolare proiettato su una scatola. Tramite una manopola possono variare le dimensioni del fascio di luce fino a farlo coincidere, a loro parere, con quelle dell’oggetto che hanno in mano. Ai primi due gruppi viene data in mano una moneta; al gruppo di controllo un disco di cartone, o di legno, non so. Risultato: il gruppo di controllo più o meno ci becca; il gruppo dei ragazzi ricchi tende a sovrastimare le dimensioni della moneta fino al 30% del diametro effettivo; i ragazzi poveri tendono anch’essi a sovrastimare il diametro della moneta, ma fino al 40% del diametro. Bruner conclude che essere ricchi influenza la percezione che si ha del denaro; essere poveri ancora di più; dei dischi di cartone non gliene frega nulla a nessuno. (Ed è interessante fra l’altro rilevare che quanto meno te ne frega di una cosa tanto più è esatta la percezione che ne hai; e viceversa, ovviamente.)

foto di Leonardo Mucaria.

Le Assicurazioni Generali stanno sperimentando una nuova strategia di marketing. Mi hanno mandato una lettera commerciale nella quale mi invitano a sottoscrivere uno dei tre prodotti assicurativi elencati per poter partecipare all’estrazione di una Smart. L’assicurazione a premi ancora non l’avevo vista.

Andare al funerale di un bambino di dodici anni insegna sempre parecchio. Ma non ne voglio parlare, qui. Non mi pare il caso. Semmai un’altra volta, a tu per tu, davanti a una birra. O a qualcosa di più forte, che è meglio. Okay? Okay, deal.

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 01

(Mi sa che ne faccio una rubrica quotidiana. Che è bello, a mezzo secolo, scoprire che ogni giorno ne impari una nuova. E quindi)

COSE CHE HO IMPARATO OGGI

Vygotskij appartiene a quella serie di genî che, ‘tacci loro, crepano troppo presto (38 anni, ma dai!). La sua teoria della zona dello sviluppo prossimale è una delle cose allo stesso tempo più semplici e rivoluzionarie che la storia della pedagogia abbia mai affermato.

Dicheno che a non far dire le parolacce agli studenti, e a sorvegliare il loro linguaggio, e a invitarli ad usare espressioni formalmente corrette, il loro rendimento migliora. Dovrò cambiare completamente metodo e approccio, cazz… ehm, mannaggia.

Sono troppo grezzo e ignorante per apprezzare alcune cosette. Per dire, le Kantaten di Bach mi paiono tutte uguali e in fondo in fondo madò che rottura di palle.

La vita in fondo è semplice. C’è chi per essere contento gli basta solo che qualcuno metta un like sotto la sua foto di un limone.

Prima di dire che un ragazzo che evidenzia certi problemi ha un Dsa, l’insegnante deve attivare un percorso di recupero sistematico e mirato ai bisogni di quel ragazzo; solo se il percorso fallisce e i problemi continuano a manifestarsi si invita la famiglia a contattare uno specialista. Insomma, pensa te, non si tira a indovinare e non è una questione di “sensibilità”.

C’è gente che non aveva idea di cosa significasse il marcire delle patate in casa. C’è gente che forse ne ha idea o forse non ne ha idea, ma che comunque è stata testimone di esperienze domestiche di decomposizione che neanche i netturbini di Calcutta. E te le racconta, il/la maledetto/a, con dovizia di particolari.

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PEZZI/05 – TU CHE DICI?

Ciao, ecco, giusto te. Ti volevo dire. Non riesco a mandare mio figlio in parrocchia.
Cioè, lui ha un suo gruppetto di amici, giù in paese, ma mi piacerebbe che allargasse un po’ il giro.
La scorsa estate è stato anche in vacanza con la parrocchia, gli è pure piaciuto, il parroco gli è simpatico, dice che è un bel tipo (cioè, mio figlio, dice che il parroco è un bel tipo), eppure niente, oh, non ci vuole andare, non mi riesce di mandarcelo. Neanche col ricatto!
Che c’ho provato a dirgli “Ma vai una sera all’incontro con gli altri ragazzi, lì in parrocchia, prova, vacci! Se ci vai, bon, se no la sera non ti faccio più uscire.”
E lui niente.
Dice: “I miei amici me li scelgo io.”
Tu che dici?

– Che c’ha ragione.

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BRICOLEUR DELL’INTERCETTAZIONE

C’è maretta, in questa quarta. Storie di favoritismi, veri o presunti tali, e di leccaculismo reale o supposto hanno reso i rapporti piuttosto tesi.
A farne le spese, a torto o a ragione non so  – e non m’interessa gran che -, è soprattutto una ragazza, più ingenua o più fessa degli altri, che senza curarsi dell’indice di gradimento tende a coltivare il proprio orticello in modo senz’altro lecito ma piuttosto esclusivo, al prezzo di continui scazzi coi compagni.
E allora, all’ennesimo scazzo, il compagno più scafato e più tecnoevoluto sai che fa?
Col cellulare, durante un cambio d’ora registra alcune affermazioni della ragazza, piuttosto pepate e non proprio ortodosse, riguardo ad alcuni insegnanti. Dopodiché le fa riascoltare all’autrice e la minaccia di renderne edotti gli interessati.
Insomma, intercettazione fai-da-te e relativo ricatto in sedicesimo.
Son qui a fare un’ora di sostituzione e perciò chiedo conto del marasma in cui m’imbatto al mio ingresso nell’aula. Così la ragazza, a dir poco alterata, mi mette a conoscenza della situazione tra le risate e i salaci commenti dei compagni.
Non ho avuto una reazione molto equilibrata. Anzi, diciamo che mi sono incazzato di brutto.
I ragazzi sono tutti maggiorenni o al limite dei diciott’anni. E io mi chiedo (al di là della liceità “penale” di un comportamento del genere) quanto di questa bravata sia frutto di stronzaggine congenita e quanto invece sia figlio del recente, martellante riferimento mediatico alle intercettazioni, del quale questi ragazzi hanno colto – e mi ripetono – quel che ritengono essere il succo della questione (dalle intercettazioni si ricava LA VERITÀ!), senza capire un prospero di tutto il contesto di polemiche e argomenti contro o a favore delle intercettazioni.
Alcuni di loro – compreso il bricoleur dell’intercettazione – sono in qualche modo recidivi nell’arte del render pubblico quel che non lo è: già un paio di volte li ho avvertiti e ripresi io stesso, in relazione ad alcuni eleganti post scritti su Facebook in cui (riferendosi alla preside e ad un compagno di classe, entrambi citati con nome e cognome) si producevano in insulti sanguinosi e in prese in giro feroci, del tutto inconsapevoli delle possibili conseguenze. Che allora si palesarono in una denuncia della preside alla polizia postale.
Non so, ho sempre più l’impressione di essere circondato da un branco di minus habentes, ai quali sia stata messa in mano un’arma senza essersi assicurati della presenza del  buon senso necessario a discriminare il come e il quando usarla, e soprattutto il se.
Per quel che mi riguarda – dico loro -, da qui fino all’ultimo giorno della quinta in questa classe non tollererò che un cellulare venga tenuto in mano durante le mie ore, acceso o non acceso, smart o dummy che sia non m’interessa. Requisizione, consegna in presidenza, convocazione dei genitori e tutto l’ambaradan del caso, mica balle.
‘Nziamai che mi ritrovi sputtanato per una parola non appropriata, un epiteto poco ortodosso, un filmato in cui mi si veda con l’indice nel naso. Vai a contestualizzare, poi, a latte versato.
Deficienti.

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VOCI DI CORRIDOIO

Voci di corridoio, senza essere né un capolavoro né un’imperdibile inchiesta, prova a proporsi come un’interessante apertura di porte e di finestre.
Non riuscirà certo a cambiare l’aria, neppure lo pretende: però forse renderà noi insegnanti più capaci di guardare chi sta fuori e di capire cosa si aspetta dal nostro lavoro, e renderà più acuto lo sguardo di chi sta fuori e guarda verso di noi; e non sarà stato comunque poco.
E se invece non riusciremo a fare nemmeno questo, e vabbè, pazienza: sarà stato in ogni caso bello stare per qualche giorno tutti insieme su una pagina virtuale a raccontarci le nostre storie mattutine; e a raccontarle a tutti quelli che avranno voglia di sopportarci e di leggerci.

Perché c’è della bella gente anche sui socialcosi, checché se ne dica.
Perché da che mondo è mondo gli incontri più veri e le amicizie più belle sono quelle che nascono dalla condivisione del lavoro quotidiano (come anche gli scazzi più atomici e le antipatie più ostinate, perché niente come la vita è capace di coinvolgere e far reagire).
Perché ci sono dei pazzi che trovano ancora il tempo per fare cose gratuite e belle.
(Un grazie a PePPe, allo scorfano e a tutti gli altri)

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ASTRATTO E CONCRETO

Prof, ma il tempo c’è, è qualcosa di concreto. Si sente, il tempo che passa, lo si vede.

Sto spiegando il valore del presente. A studenti di quattordici, quindici anni, tutti proiettati verso il futuro, verso il quando sarò grande o anche solo verso il quando verrà sabato pomeriggio (se non addirittura  verso il traguardo minimo del quando suonerà la campanella), cerco di far comprendere il valore eterno dell’istante presente, l’unico che ci sia dato di vivere, fuori dalle metafore del passato (il ricordo presente) e del futuro (l’attesa, la speranza, il desiderio, comunque sempre e solo – e come potrebbe essere altrimenti – presente).
Forzando al massimo e tentando di suscitare reazioni, dico loro che il tempo non esiste, che se hanno del tempo l’immagine di un fiume che scorre, di qualcosa che “passa”, beh, propriamente, in quel senso, non esiste un bel nulla. Non esiste davvero, in realtà. Nel concreto.
Ed è lì che salta fuori l’osservazione del mio studentello.
Che io rintuzzo e smonto da vecchio sofista, ma che apprezzo a non finire.

Perché fra tutte le opposizioni categoriali con le quali ci misuriamo ogni giorno (bello-brutto, buono-cattivo, vero-falso, giusto-sbagliato…), quella astratto-concreto la considero la più riduttiva e menzognera.
Tutte le altre opposizioni dividono il mondo in due parti grosso modo equipotenti. Per ogni affermazione vera ce n’è una falsa, per ogni cosa giusta c’è un errore. Ci son tante cose belle, ma anche tante cose brutte, e l’elenco delle cose vere e delle cose false finisce per equivalersi.
Invece, cose concrete e cose astratte non si equivalgono. Le cose astratte sono molto più delle cose concrete, si pensa. Concreto è quel che è visibile e toccabile. Quel che occupa spazio. Ciò che fa male quando ci sbatti contro. Ma le cose astratte non si vedono e non si toccano. In un certo qual modo non esistono davvero, o almeno, la loro è un’esistenza di serie B. Le cose astratte sanno d’inganno. Si mascherano dietro la potenza della parola, fingono uno spessore che non hanno, non più di quanto ne abbia il fiato necessario a nominarle. Le cose astratte sono un residuo di concezione realista, l’ultimo rifugio della metafisica platonica sfuggito al positivismo.
Fin dalle elementari ci insegnano a braccarle, a render loro la vita difficile, a individuarle per tempo. Fin dai primi timidi addestramenti all’analisi grammaticale. Non bastava individuare i nomi e distinguerli dagli aggettivi e dai verbi; non bastava individuarne genere e numero, no: occorreva distinguere se la cosa era concreta o astratta. Sedia: nome comune di cosa, concreta, femminile, singolare. Dolcezza: nome comune di cosa, astratta, femminile, singolare. Di qua o di là. Di qua, il regno della solida realtà; di là, quello delle pure parole, dei concetti, del flatus vocis.
Poi, crescendo, mi sono reso conto che c’era qualcosa che non mi tornava. Proprio a partire dall’analisi grammaticale. Giustizia: nome comune di cosa. Astratta. Ma come, astratta?! E pensavo a quanto mi faceva male subire ingiustizie, a quanto mi provocasse dolore…  Aspetta: dolore. Dolore, è concreto o astratto? Non si scappa: è astratto, non lo vedi e non lo tocchi. Ma come, astratto?! Questo dolore che oggi che mi son rotto un braccio mi fa urlare e piangere mentre mia madre mi porta in ospedale, è astratto? E l’amore? Questo aggrovigliarsi di visceri, questo volerti venire a trovare, questo desiderio (desiderio? astratto!) di vederti, senza sapere che dirti, questa inspiegabile euforia, questo strano misto di dolcezza e paura (paura? astratta!)… tutto astratto. Vuoi mettere con la sedia? Quella sì che è concreta.
Ora, mentre lavoro coi miei ragazzi e tento d’insegnar loro, col tremore ai polsi, cos’è la vita (eh, sì, caro collega, perché se pensi di dover insegnare qualcosa di meno di questo, attraverso la tua letteratura, la tua chimica, la tua biologia e la tua tecnologia delle costruzioni, beh, non hai capito un tubo del tuo mestiere), fra le mille altre cose cerco di far passare (o di inculcare) questa strana legge: crescere, diventar grandi, diventare donne e uomini significa render concreto l’astratto. Significa fecondare il regno monotono e insensato del concreto grammaticale con la possibilità di ciò che sembra astratto. Significa provare sulla pelle, nella carne, nelle viscere quant’è concreto l’astratto. O come ha detto qualcuno che se ne intendeva, significa divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore. Vizi e valori, astratti; eppure, esperto, expertus, sperimentato, capace di provare, in concreto, sulla propria pelle, quei vizi e quel valore.

E allora apprezzo il mio ragazzo che dice che il tempo esiste, che si prova, che si sente, che si vede. Quel che vede, sente, prova non è, in senso proprio, il tempo, è qualcos’altro. Cosa sia glielo dirà la vita. Per l’intanto ha scoperto che qualcosa che è giudicato astratto può essere provato. Non se lo dimenticherà. Per trarne le debite conclusioni gli ci vorrà solo tempo. Che non esiste, che è astratto, ma che ci è dato proprio per comprendere come lasciarci alle spalle quella distinzione menzognera.

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ORA, MA ANCHE SEMPRE

Alla periferia di Bloemfontein si erge, imponente e cupo, un memoriale per le donne e i bambini morti nei campi di concentramento.

Non si parla di nazisti, ma di inglesi. E gli ospiti dei campi di concentramento non sono ebrei, ma i familiari dei soldati boeri in guerra contro l’impero britannico.

In tale memoriale sono seppelliti, accanto a quelli del presidente del Libero Stato di Orange durante la guerra, i resti della figlia di un sacerdote della Cornovaglia, di nome Emily Hobhouse, una delle prime attiviste, nel ventesimo secolo, contro la guerra.

Nel 1900 la Hobhause venne a conoscenza della situazione delle donne e dei bambini boeri e decise di recarsi in Sudafrica per aiutarle.

Creò un Fondo di assistenza per le donne e i bambini sudafricani, «per nutrire, vestire, ospitare e salvare donne e bambini – Boeri, inglesi e di altre nazionalità – ridotti in miseria in seguito a distruzione di proprietà, sfratto o altri incidenti dovuti (… ) alle operazioni militari». Poco dopo il suo arrivo a Città del Capo, nel dicembre 1900, ottenne (…)  il permesso di visitare i campi di concentramento. (…)  L’assoluta inadeguatezza della sistemazione e delle condizioni igieniche, con il sapone che veniva considerato dalle autorità militari «un articolo di lusso», la scandalizzò profondamente. (…) Visitò altri campi, a Norvalspont, Aliwal Nord, Springfontein, Kimberley, Orange River e Mafeking. In tutti trovò le stesse condizioni. E quando ritornò a Bloemfontein, queste erano peggiorate. Nel tentativo di porre fine alla politica dell’internamento, la Hobhause tornò in Inghilterra, ma il ministero della Guerra si rivelò più o meno indifferente. (…) Il governo accettò di nominare una commissione di donne, guidate da Millicent Fawcett, per verificare le affermazioni della Hobhause, che da tale commissione venne comunque (…) esclusa. Offesa, cercò di raggiungere il Sudafrica, ma non poté neppure arrivare al mare. Le restava ormai una sola arma: l’appello all’opinione pubblica. (…) La commissione Fawcett non era innocua come aveva temuto la Hobhause: stilò un rapporto durissimo e ottenne rapide migliorie nelle forniture mediche dei campi. (…) Anche Chamberlain era rimasto scandalizzato dalle rivelazioni della Hobhause e si affrettò a trasferire la responsabilità dei campi alle autorità civili. Le condizioni migliorarono con notevole rapidità: il tasso di mortalità passò dal 34% dell’ottobre 1901 al 7% nel febbraio 1902 e al 2% nel maggio dello stesso anno. (…) Le rivelazioni della Hobhause sui campi scatenarono nell’opinione pubblica una furibonda reazione di sdegno contro il governo. In Parlamento, i liberali colsero l’opportunità. Avevano trovato l’occasione ideale per rompere la coalizione fra Tory e seguaci di Chamberlain che aveva dominato la politica inglese per quasi due decenni.

Lo sdegno per il modo in cui era stata condotta la guerra anglo-boera e le rivelazioni della Hobhause sulle condizioni dei campi di concentramento spostarono decisamente a sinistra la politica inglese degli anni successivi al 1900, con conseguenze incalcolabili sulla storia inglese e sul futuro dell’Impero britannico.
Il voto alle donne in Inghilterra venne concesso soltanto nel 1923. Fu un successo certamente dovuto al movimento delle suffragette guidate da Millicent Fawcett, ma soprattutto al cataclisma della prima guerra mondiale. Quando la Hobhause si mobilitò, andò dall’altra parte del mondo e riuscì a infiammare l’opinione pubblica inglese, il contesto era quello di una società in cui la voce delle donne era sotto tutti gli aspetti trascurata e emarginata. Se ebbe successo ciò avvenne, credo, innanzitutto perché era una gran brava persona, con un senso altissimo della dignità propria e altrui. E questo viene prima di tutte le condizioni politiche e sociali: queste senza quello non producono alcun frutto, mentre il contrario può accadere.
Allora mi vien da pensare che forse il nostro problema non sta tanto nella difesa di categorie o generi, quanto nella capacità di creare singoli esseri umani capaci di uno sguardo su di sé e sugli altri simile a quello della Hobhause. Uno sguardo capace anche di giudicare, e di dire che certe scelte di vita sono conformi alla dignità propria e altrui, e altre no, che certe scelte fanno crescere e sviluppare la società e le relazioni umane, altre no.

Insomma, forse il nostro problema non è giuridico o genericamente sociale.

Tanto per cambiare è un problema educativo.

(le citazioni sono tratte da N. Ferguson, Impero, Mondadori, MI 2009, pp. 232-234, EAN 9788804589471)

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