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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 03

Esistono prodotti specifici per lavare le tende. Nella mia testa il lino era lino, il cotone cotone, la lana lana. Il colorato era colorato e il bianco bianco. E invece no: molto dipende anche dalla forma, non solo dalla sostanza. Il cotone a forma di lenzuolo richiede un prodotto diverso dal cotone a forma di tenda.foto di Leonardo Mucaria.

Le nostre percezioni sono influenzate dai nostri pregiudizi e dalle nostre aspettative: e fin qui. Ma non immaginavo fino a che punto lo siano. Bruner fa un esperimento. Prende un gruppo di ragazzi poveri, un gruppo di ragazzi ricchi ed un terzo gruppo di controllo, non importa se ricchi o poveri. A tutti e tre i gruppi viene dato un compito: devono paragonare le dimensioni dell’oggetto che viene loro messo in mano con quelle di un fascio di luce circolare proiettato su una scatola. Tramite una manopola possono variare le dimensioni del fascio di luce fino a farlo coincidere, a loro parere, con quelle dell’oggetto che hanno in mano. Ai primi due gruppi viene data in mano una moneta; al gruppo di controllo un disco di cartone, o di legno, non so. Risultato: il gruppo di controllo più o meno ci becca; il gruppo dei ragazzi ricchi tende a sovrastimare le dimensioni della moneta fino al 30% del diametro effettivo; i ragazzi poveri tendono anch’essi a sovrastimare il diametro della moneta, ma fino al 40% del diametro. Bruner conclude che essere ricchi influenza la percezione che si ha del denaro; essere poveri ancora di più; dei dischi di cartone non gliene frega nulla a nessuno. (Ed è interessante fra l’altro rilevare che quanto meno te ne frega di una cosa tanto più è esatta la percezione che ne hai; e viceversa, ovviamente.)

foto di Leonardo Mucaria.

Le Assicurazioni Generali stanno sperimentando una nuova strategia di marketing. Mi hanno mandato una lettera commerciale nella quale mi invitano a sottoscrivere uno dei tre prodotti assicurativi elencati per poter partecipare all’estrazione di una Smart. L’assicurazione a premi ancora non l’avevo vista.

Andare al funerale di un bambino di dodici anni insegna sempre parecchio. Ma non ne voglio parlare, qui. Non mi pare il caso. Semmai un’altra volta, a tu per tu, davanti a una birra. O a qualcosa di più forte, che è meglio. Okay? Okay, deal.

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 02

I pompieri che stendono i panni in shorts sul balcone, qui, davanti alle finestre della mia cucina, appartengono ad un’altra specie, non umana.

Il cantante dei Joy Division s’è ammazzato prima dell’uscita del loro secondo e ultimo disco. Sì, è una cosa del 1980, e io la scopro ora, e allora? Eh, oh.

È inutile che Caprotti abbia fatto mettere un gabinetto in ogni negozio Esselunga. Qualcuno riesce comunque a vomitare a dieci metri scarsi di distanza dalle porte del cesso, proprio davanti ai due portelli automatici per l’ingresso dei clienti.

C’è questo articolo, no?, il 50 della Legge 35 del 4 aprile 2012 (che converte in legge il DL 5 del 2012), che prevede la costituzione di reti territoriali tra istituzioni scolastiche, occhei? Bene. L’idea è bellissima: più scuole si mettono assieme e si uniscono per gestire in maniera ottimale le proprie risorse, umane, strumentali e finanziarie. Ne deriva la possibilità di definire un organico di rete: i docenti, invece di essere assegnati ad un unico istituto, sono assegnati a tutti gli istituti che compongono la rete, in funzione dei progetti ai quali partecipano e che vengono condivisi fra le scuole, soprattutto per le questioni legate all’integrazione scolastica ed all’inclusione. Figata!, bene. Ma quel cretino d’un articolo alla fine dice: tutto ciò, nei limiti previsti dall’art. 64 del DL 112/25 giugno 2008, convertito, con modificazioni, dalla L 133/6 agosto 2008, e successive modificazioni. Tradotto: nei limiti fissati dalla Riforma Gelmini, che ha come ritornello la “riduzione complessiva degli organici del tot %”. Ma vaffa, va’.

Un americano può chiederti l’amicizia su Feisbuc perché gli è piaciuto un casino un filmato in cui un tizio suona Comfortably Numb su un iPhone, e visto che ‘sto tizio si chiama Leonardo Muccari lui pensa bene di chiedere l’amicizia a tutti quelli che hanno un nome simile per cercare il tizio e fargli tanti tanti complimenti. Occheione.

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 01

(Mi sa che ne faccio una rubrica quotidiana. Che è bello, a mezzo secolo, scoprire che ogni giorno ne impari una nuova. E quindi)

COSE CHE HO IMPARATO OGGI

Vygotskij appartiene a quella serie di genî che, ‘tacci loro, crepano troppo presto (38 anni, ma dai!). La sua teoria della zona dello sviluppo prossimale è una delle cose allo stesso tempo più semplici e rivoluzionarie che la storia della pedagogia abbia mai affermato.

Dicheno che a non far dire le parolacce agli studenti, e a sorvegliare il loro linguaggio, e a invitarli ad usare espressioni formalmente corrette, il loro rendimento migliora. Dovrò cambiare completamente metodo e approccio, cazz… ehm, mannaggia.

Sono troppo grezzo e ignorante per apprezzare alcune cosette. Per dire, le Kantaten di Bach mi paiono tutte uguali e in fondo in fondo madò che rottura di palle.

La vita in fondo è semplice. C’è chi per essere contento gli basta solo che qualcuno metta un like sotto la sua foto di un limone.

Prima di dire che un ragazzo che evidenzia certi problemi ha un Dsa, l’insegnante deve attivare un percorso di recupero sistematico e mirato ai bisogni di quel ragazzo; solo se il percorso fallisce e i problemi continuano a manifestarsi si invita la famiglia a contattare uno specialista. Insomma, pensa te, non si tira a indovinare e non è una questione di “sensibilità”.

C’è gente che non aveva idea di cosa significasse il marcire delle patate in casa. C’è gente che forse ne ha idea o forse non ne ha idea, ma che comunque è stata testimone di esperienze domestiche di decomposizione che neanche i netturbini di Calcutta. E te le racconta, il/la maledetto/a, con dovizia di particolari.

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100 ANNI

(100 anni dalla Grande Guerra. Mio nonno, ragazzo del ‘99, combattè una piccola parte della battaglia del solstizio, nel giugno del ‘18. Fu ferito e rimase mutilato e invalido tutta la vita. In qualche modo quell’episodio segnò tutta la sua esistenza e indirettamente quella di tutta la sua famiglia, fino a me, fino a noi. Questo è il suo racconto. Ciao nonno, e grazie.)

LA 17a BATTERIA
ALL’AZIONE NEL GIUGNO 1918

Comandata dal capitano Arizio, tre medaglie di argento, tre di bronzo, una d’oro.
Dal gennaio del ’18, reduce dal monte Tomba ove il suo capitano si era guadagnata la massima onorificenza, stava piazzata sul monte Costone. Suo obiettivo principale era la val Cesilla, tirava pure sul Pertica e l’Asolone situati a destra e a sinistra di detta valle.

Il 10 giugno la 17a batteria dovette fornire la pattuglia di segnalazione sul monte Asolone, dando il cambio a quella della 18a; era composta di sei soldati, due caporali – uno dei quali il sottoscritto – ed un sottotenente.
Il turno della pattuglia era di giorni 15, i soldati, uno per volta, montavano di vedetta al piccolo posto avanzato insieme alla vedetta di fanteria e dovevano riferire al caporale di servizio tutta l’attività svolta dal nemico in quel punto durante il periodo della loro vedetta.
I due caporali prestavano servizio a turno di 24 ore per uno, nostro compito, stando in servizio, era quello di dare il cambio alla nostra vedetta ogni due ore, ed il rimanente stare al telefono per comunicare al comando divisionale di artiglieria le eventuali novità e per ricevere da questo o dal comando di gruppo o da quello di batteria, eventuali fonogrammi. Il tenente a sua volta, oltre a vigilare sul buon andamento della pattuglia, doveva, mediante rapporto scritto giornaliero, riferire al comando divisionale di artiglieria tutta l’attività svolta dal nemico in quel settore durante le 24 ore.
Così la sera del 10 Giugno demmo il cambio alla pattuglia della 18abatteria, dei due caporali il primo turno fu assunto dal mio collega, per il vitto fummo agregati ad una compagnia del 239 e fummo alloggiati in una baracca insieme ai soldati di fanteria.

La baracca ove si dormiva era addossata ad un rialzo di terra e distava circa 60 metri dai nostri posti avanzati ed 80 circa dalla prima linea nemica.
Di fianco alla baracca, ad una diecina di metri, vi era una grandiosa galleria a due bocche capace di contenere più di due compagnie di soldati.
Fino al giorno 13 nulla di notevole, la sera del 13 poco dopo che avevo ripreso servizio arriva un fonogramma dal comando divisionale di artiglieria con cui si ordina alla pattuglia di comunicare, per telefono, le novità ogni due ore, la mattina del 14 verso le sei altro fonogramma, dallo stesso comando, in cui si ordina, comunicare le novità ogni ora, a mezzogiorno, sempre del 14, altro fonogramma con l’ordine di comunicare le novità ogni quarto d’ora!
Poco prima di ricevere il cambio dal mio collega, il tenente mi ordina di tenermi pronto per accompagnarlo in un giro alle nostre prime linee. Si partì verso le nove e dopo di esserci spinti fin quasi sul Pertica rientrammo a mezzora dopo mezzanotte.
Quasi sfinito, dopo più di trenta ore di attività, mi buttai sul mio giaciglio col fermo proposito di non rialzarmi se non per riprendere servizio alla sera successiva; e per godermi meglio il mio meritato riposo, mi tolsi le scarpe, le fasce e la giubba.
Però, avevo fatto i conti senza….. gli austriaci, poiché poco dopo si scatenò l’inferno!
Svegliato di soprassalto, fra bagliori sinistri e scoppi infernali, la baracca sottosopra, i soldati che fuggivano in galleria, nella confusione non trovavo più la roba mia!
Finalmente riuscj a raccapezzarla, fo una bracciata di tutto e a piedi nudi scappo anch’io in galleria.
Quivi dopo aver finito di vestirmi mi accorsi di avere dimenticato la maschera, corro di fuori per andarla a prendere ma la baracca non vi era più era sparita insieme alla mia maschera!
Ritorno in galleria, il bombardamento, da parte del nemico, continuava intenzo; le nostre artiglierie rispondevano rabbiosamente.
Verso le tre e mezzo, il bombardamento diminuisce d’intensità sulle nostre prime linee, il nemico adesso batte le nostre seconde e terze linee.
Alle quattro il mio collega va a dare il cambio alla nostra vedetta e non fa più ritorno né lui né la vedetta smontante.
Alle quattro e dieci il capitano, che comandava la compagnia di fanteria, manda un suo tenente ai piccoli posti per avere notizie, anche quest’ufficiale non fa più ritorno; verso le quattro e venti manda un soldato con la stessa missione, non ritorna nemmeno questi!
Alle 4 e 30 il nemico lancia i gas; io essendo sprovvisto di maschera, inzuppo un fazzoletto nel fango e lo porto al viso, fortunatamente vi è vento ed il gas dura pochi minuti.
Adesso il nemico torna a battere in prevalenza sulle nostre prime linee.
A venti minuti circa alle cinque il capitano si rivolge al mio tenente e gli dice:
Tenente, ha un uomo un po svelto da poter mandare ai piccoli posti per sapere cosa avviene?
– Ho un altro caporale, poiché uno è andato alle 4 e non ha fatto più ritorno.
– Ebbene mandi il suo caporale.
Il mio tenente rivolgendosi a me mi ordina di andare. Imbraccio il moschetto e parto, uscendo dalla galleria dovevo percorrere una trentina di metri senza alcun riparo e poi dovevo percorrere circa 60 metri di camminamento per arrivare ai piccoli posti.
Faccio di corsa i primi trenta metri ed imbocco il camminamento, arrivo sulla vetta e proprio dove il terreno declinava verso le linee nemiche ad una quindicina di metri dai nostri piccoli posti il camminamento era ostruito, per passare bisognava scoprirsi completamente, il che era molto azzardato poiché si era in presenza del nemico la cui linea non distava da quel punto più di 30 metri e le cui mitragliatrici si facevano sentire, senza contare il furioso bombardamento che infuriava.
Non mi sentj di affrontare quell’ostacolo e ritornai senza compiere la mia missione.
Riferj al capitano il quale si rese conto della difficoltà da me incontrata e rivolgendosi al mio tenente le dice: questo caporale lo accompagni all’altra bocca della galleria e che mi avverta subito se sente le nostre mitragliatrici dall’altra parte.
Stavamo per avviarci quando il mio tenente mi fa: Mucaria, eri quasi arrivato, potevi tentare! Al che io rispondo: signor tenente l’impresa non è facile, se vuole tento di nuovo!
Il capitano che aveva assistito al dialogo, in tono più di preghiera che di comando mi dice: va, e portami notizie!
Il bombardamento aumentava d’intensità, il nemico concentrava il suo fuoco tutto sulle prime linee.

Parto, poco dopo mi trovavo di nuovo dinanzi il medesimo ostacolo; ma questa volta non potevo più tornare indietro, dovevo superarlo a qualunque costo.
Mi fermo pochi secondi per prender fiato, una stretta di denti, un balzo, un capitombolo e mi trovo dall’altra parte del camminamento. Mi attasto la persona, nulla ero illeso, percorro quegli altri pochi metri, ed arrivo al piccolo posto; vi trovo il tenente ch’era stato inviato dal capitano e pochi soldati, espongo al tenente la mia missione, mi risponde di dire al capitano che lui ben poco aveva potuto muoversi, poiché le nostre trincee erano tutte rotte, le mitragliatrici buttate per aria, nemici non se ne vedevano.
Lo pregai di scrivermi queste notizie sopra un pezzo di carta, il che fece, e mi apprestai a ritornare.
Un altro momento critico a superare in senso inverso il solito maledetto ostacolo e quasi fuori di me raggiungo la galleria!
Il capitano stava sulle spine, poiché le notizie da me recate non erano per nulla rassicuranti, si sporge un po fuori della galleria per osservare verso le prime linee e rientri esclamando: la nostra artiglieria innalza sulle linee nemiche una cortina di fuoco formidabile!!
Pochi minuti dopo, verso le cinque, arriva di corsa un ufficiale gridando: i tedeschi! i tedeschi!!!
Per tutta la galleria si ripete il grido: fuori i tedeschi!! La compagnia si lancia fuori per prendere posizione, in quel momento avviene una cosa terribile! Avviene questo:
avendo le poche vedette superstiti lanciato i razzi gialli, per segnalare alla nostra artiglieria che il nemico varcava le nostre linee, l’artiglieria italiana accorciava il tiro, rovesciando su di noi quella tremenda cortina di fuoco, di cui parlava poco prima il capitano!
La compagnia fu quasi decimata! i superstiti ripararono di nuovo in galleria per risortirne immediatamente dopo, la nostra artiglieria continuava ad accorciare il tiro, i pochi rimasti prendemmo alla meglio posizione, di fianco alla galleria il mio tenente con la rivoltella in pugno gridava: a me i miei artiglieri!
Prendo posizione accanto al mio tenente, adesso eravamo in presenza degli austriaci i quali erano arrivati ad una trentina di metri da noi, ne prendo di mira uno, non posso dire se arrivai a tirare, ricordo solo di averlo preso di mira, poiché in quel preciso istante, mi sentj uno strappo alla guancia sinistra che mi fece stramazzare cosa era avvenuto? questo:
Una pallottola mi aveva attraversato la guancia sinistra facendomi sputare una dozzina di denti; mentre un’altra s’incaricava di spezzarmi una spalla, all’altezza dell’omero sinistro!
Mi rialzo subito facendo forza a me stesso per non perdere i sensi, un portaferiti mi porta in galleria, e sull’imboccatura incomincia a fasciarmi, in quel momento arriva un gruppo di soldati di corsa in galleria, mi mandano per terra e mi passano sopra, dal di fuori lanciano una bomba dentro la galleria e mi viene a cascare sui piedi, i soldati alla vista della bomba scappano verso l’interno, ho la presenza di spirito di aggrapparmi con la mano destra alla giubba di un soldato il quale nella corsa trascina anche me.
La bomba esplode, non fa danno a nessuno solo una scheggia mi taglia il pollice della mano destra.
La galleria si riempie di fumo, per non soffocare esco di fuori e vi trovo due lanciafiamme austriaci i quali appena mi vedono mi fanno cenno di uscir fuori dicendomi: medicazion, medicazion e m’indicavano in direzione della val Cesilla.
Capj che in fondo alla valle vi dovesse essere un posto di medicazione e m’incamminai verso quella direzione.
Tutti gli austriaci che incontravo mi ripetevano la stessa parola – medicazion – e m’indicavano sempre la val Cesilla.
Avevo percorso circa trecento metri quando mi trovai di fronte un’improvviso ostacolo consistente in quattro fili di filo spinato sovrapposti, di scavalcarli non avevo più la forza, poiché ero arrivato agli estremi, cercare il passaggio? avrei perduto del tempo prezioso e più del tempo del sangue poiché le mie ferite non potevo tamponarle. Decisi di passare carponi tra un filo e l’altro e così feci, però arrivato a metà mi si aggrappò la giubba al petto ed alle spalle e rimasi appeso!
Credetti di essere pervenuto alla fine! radunai le poche forze che mi erano rimaste e con la forza più della disperazione che d’altro do una strattonata, la giubba si strappa e così mi liberai ma non potei più muovermi.
Poco dopo passa un gruppo di prigionieri italiani fra i quali riconosco un mio compagno di pattuglia – certo Giuliani, barese – al quale gli fo cenni, dato che per via della ferita alla bocca non potevo più articolar parola, li per li, non mi riconosce, dopo guardandomi meglio esclama: Mucaria? gli fo cenno di sì, allora mi prende in spalla e mi conduce giù.
Poco dopo incontrammo due portaferiti austriaci, i quali stavano riparati dentro un fosso, questi mi presero, mi fasciarono alla meglio e mi portarono al posto di medicazione ove mi rifasciarono un’altra volta.
Verso le due arrivarono le barelle ci adagiarono sopra e portati da prigionieri italiani s’incomincia la discesa verso Grigno.
La strada era un via vai, di rincalzi austriaci che venivano su e di carovane di feriti e prigionieri che andavano in giù.
L’artiglieria italiana batteva fortemente la valle e quale fu la mia contentezza nel notare fra i colpi che arrivavano, dei shrapnel da 65!
Non poteva essere che lei! la 17a! che a mezzo dei suoi shrapnel m’inviava il suo saluto, dandomi buone notizie di sé, poiché quei shrapnel mi dicevano chiaramente, che la 17a batteria era ancora al suo posto! non solo; ma che non correva nessun pericolo, dato che si dedicava a contrastare, a distanza, la strada ai rincalzi nemici.
Rimpatriato dalla prigionia a mezzo di un mio compagno, certo Giovanni Perrone da Calatafimi, che il 15 giugno trovavasi in batteria seppi: che la mattina verso le 10 gli austriaci raggiunsero il Costone, arrivando fin quasi sulla batteria, il capitano fu ferito; ma rimase al suo posto, gli artiglieri dopo aver tirato con gli alzi a zero avevan dovuto difendere i pezzi coi moschetti e le bombe a mano e dal Costone – mercé il furioso contrattacco della nostra fanteria – in poche ore il nemico era stato ributtato sulle sue posizioni di partenza!

Mucaria Vito

Tornitore meccanico

Mutilato di guerra, ex artigliere della 17a batteria del 2o Reggto Artiglada Montagna

Via Agostino Bertani N 8 Trastevere Roma

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LA TERZA DOLORE E SPAVENTO

foto di Leonardo Mucaria.

Alla riga 5, la mia bisnonna Elisabetta, 33 anni.
Alla riga 6 sua figlia Maria, 16 anni.
Alla riga 7 suo figlio. Mio nonno, Vito. Tre anni.
Rosario, il mio bisnonno, stava già a Brucculino e li aspettava.
Non fatico a appiccicare sui visi di chi sbarca a Pozzallo o a Lampedusa quelli di Elisabetta e di Maria, del piccolo Vito.
Anche se in Italia, nel 1903, non c’era guerra. E c’era, bene o male, uno Stato. Ma c’era anche miseria e fame. E allora si partiva. Perché se si ha fame, Cristo, si ha il diritto di partire.
Stipati in 1100 sulla Sicilian Prince, tutti in terza, ché la prima tiene posto solo per venticinque ricchi. Quindici giorni di traversata. Chissà che paura, du fimmine e chidd’avutru, nicareddu nicareddu.

foto di Leonardo Mucaria.
Paura o no, si andava. Si aveva da andare. Dal 1875 al 1913, quasi quattordici milioni. Su trentatrè.
Che strana gente. Che strana specie di gente, ad affrontare l’oceano per una speranza di bene, per il sogno di un di più. Che strana specie, poi, a fare presto ad abituarsi al comodo, e a dimenticare.
Che strana specie che è, la specie umana.

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STREAM OF CONSCIOUSNESS

Non si sa che cosa voglia fare, il cielo. Le nuvole sono grigie d’un grigio pesante, e dagli squarci azzurri il sole di tanto in tanto mi ferisce gli occhi.
Tiro giù l’aletta parasole e spengo l’autoradio.
Peccato, penso, proprio su The Lamia. A lui The Lamb Lies Down On Broadway non dice nulla. Sta silenzioso e teso, gli occhi fissi sui fogli di una presentazione in PowerPoint, del tutto noncurante della strada, delle altre auto e delle traversie di Rael.
Resta il motore a farmi compagnia, e il flusso di coscienza.

Tutto al contrario, ho fatto. Tutto al contrario.
Prima, il figlio.
Poi, il lavoro.
Poi, il matrimonio.
Poi, mi son laureato.
Tutto al contrario.
Eppure, quanta  soddisfazione in questo aver fatto tutto al contrario. Quanta sorpresa, e quanta novità. È un  po’ come i pittori che per vedere i rapporti tra le forme – dicono – osservano i paesaggi a testa in giù. Come se l’upside-down ti consentisse di uscire dalla routine e dal dar per scontato, ti costringesse ad avvertire peso e consistenza delle esperienze che credi a torto solite e banali.
Che c’è di più banale del laurearsi, del lavorare, dello sposarsi e del far figli? Eppure, prova a farlo al contrario.
Un bar tra piazza Fontana e via Larga. Mio padre, mia madre e mia moglie. Un caffè seduti a un tavolino. Poche parole, sorrisi quasi commossi e un’enorme soddisfazione. Quattro persone, quattro caffè. La mia festa di laurea. Poi via, a prendere le macchine, subito a casa, in tempo per l’uscita dall’asilo.

Il cielo si è chiuso. Piove. Il tergicristallo si muove a ritmi alterni. Rimetto a posto l’aletta parasole. Lui sfoglia e tace, si sistema gli occhiali e tace. In lontananza l’A1 si perde nel pulviscolo d’acqua, diventa un susseguirsi di lampi rossi di stop e frecce gialle.

Che poi il tempo passa e tutto cambia.
Che è un modo un po’ banale per dire che s’invecchia.
Che è un modo ancor più banale per dire che alla fin fine si è fatto qualche passo in più verso la morte.
Per cui è molto meglio dire che il tempo passa e tutto cambia.
Perfino i parcheggi. Per dire, via Kennedy è tutto un divieto di sosta. Ci parcheggiavo cinque giorni su sei e ora niente, vietato.
Son passati otto anni. Cambiano le persone, figurarsi i parcheggi.
Qualcosa però non cambia, per fortuna. Due anni di SSIS ti permettono di rintracciare a colpo sicuro (e velocemente) i cessi di Lettere. Ma anche il migliore bar pasticceria di via D’Azeglio.

Il tempo passa e tutto cambia. Ripercorro l’A1 in senso inverso. C’è sole e calore, adesso, colore e musica.
In sottofondo Grant Lee Buffalo canta Rock Of Ages.

Sorpasso, parlo, ascolto. Rido, sorrido, ridiamo e sorridiamo, rilassati.
Passato, presente, futuro, cosa importa.
Salto l’uscita, e neanche me ne accorgo. Ma sì, Piacenza Sud, Piacenza Nord, chissenefrega, andiamo avanti ancora un po’, ché quando ci ricapita?

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SE HO SENTITO LA TUA MANCANZA

Se ho sentito la tua mancanza, mi chiedi?
Eh. Vediamo se riesco a farti capire.
Sì, certo che mi sei mancata. Mi sei mancata tutti i giorni per tutto il giorno, ora per ora. Anche in quelle ore che di solito non trascorriamo insieme, tu al lavoro, io al lavoro. Ma mi dava come una fitta di malinconia sapere che eri comunque lontana, più lontana di quanto la nostra normale geografia del quotidiano di solito ci imponga.
Mi sei mancata a casa, nei lavori di casa, nel mio darmi d’attorno sapendo bene che avrei fatto le cose come non devono esser fatte, e che le avrei fatte come a te non vanno bene, e che tu le avresti fatte meglio.
Mi sei mancata la notte. E qui, va beh.
Ma dove mi sei mancata di più è in un posto che non mi aspettavo e che mi ha sorpreso come un tradimento.
Perché, vedi, coi miei figli io ci sto bene.
Ormai son grandi. Uno sta dietro alla tesi, l’altro ha la scuola, i compiti, lo studio e il pianoforte. La loro camera è un campo di battaglia, ma me ne frego: chiudo la porta e li lascio annegare nel loro marasma.
Insomma, insieme non ci diamo noia. Io ho le mie cose, loro le loro, e conviviamo insieme come un terzetto di collegiali in convitto.
Parlare si parla, soprattutto a tavola. Una battuta, un commento, una domanda. Due cose sulla giornata a scuola, due cose sulla partita, due cose sul programma del pomeriggio o su quello del giorno dopo. E poi via, io a sparecchiare, loro a riprendere le attività consuete, lo studio, o la tv, o il fancazzismo estremo.
Ed è proprio qui che mi manchi.
Mi manchi da fare male, perché il tessuto delle nostre giornate è come se fosse disconnesso. Io e quegli altri due stiamo insieme come le pezze di un patchwork, ora bene accostati, ora facciamo a cazzotti, vicini ma sempre separati. Non so perché, non so come mai. Ma so, vedo che è così. Sarà l’essere tre maschi, sarà quel po’ di Dna da orso che gli ho trasmesso, ma quando stiamo insieme non siamo insieme, non so se mi capisci. È come se fosse sempre una convivenza provvisoria (e so che in un certo senso è davvero così, niente è più provvisorio di un figlio che ti vive insieme). Però la sensazione non è bella. Dà una sottile angoscia, come di un desiderio di qualcos’altro che sai che non sarà mai e che stai già perdendo.
Ma quando ci sei tu, io questo non lo sento. Perché ci sei tu, col tuo modo di starci.
Perché sei tu che ci cuci insieme. Il tuo darti d’attorno, il tuo continuo fare, il tuo continuo chiedere, raccontare, le tue preoccupazioni, il tuo arrabbiarti, il tuo farci vedere, quel tuo ostinato voler sapere e voler conoscere tutto di loro, non mi sono mai reso davvero conto di quanto siano importanti, di quanto siano essenziali.
Sei come la navetta che tesse trama e ordito. Sei tu che ci tessi. Sei tu che ci tieni insieme e che fai di quattro persone una famiglia.
Mi sei mancata come può mancare qualcosa che ti è essenziale, qualcosa che ti fa quel che sei.
Senza di te non siamo noi.

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E DICI NIENTE.

Mio marito dice che oggi non ho fatto niente. Ma non è mica vero.
Stamattina, per esempio, mi sono alzata presto che di solito non lo faccio mai.
Ho preparato il caffè e caricato la prima lavatrice.
Poi ho dato una sistemata al bagno e intanto che ero lì ho cominciato a pensare che devo preparare la casa che lunedì prossimo arriva l’imbianchino; bisogna spostare i mobili e per farlo bisogna vuotarli e già che è tutto fuori bisognerà anche dare una lavata a tutta quella roba inutile e poi bisogna trovare il posto per i nuovi bicchieri dell’esselunga.

Aspetta che ci penso. Dunque. Tre servizi da caffè per 12, un servizio da the sempre per 12, 12 bicchieri da whiskey+bottiglia da liquore+secchiello ghiaccio, due servizi da 12 di bicchieri (acqua, vino e flûte) di cui uno con 12 coppe, un servizio da 6 di bicchieri+bottiglia in vetro di murano. E poi ci sono un tot di bomboniere e ceramiche varie.  E niente. Bisogna togliere, ma come si ripongono i bicchieri? Perché non posso più tenere in giro cose che in 19 anni non ho mai usato, ma son regali di nozze e mi par brutto buttarli via. Allora vediamo, potrei imballare un po’ di cose nella carta scoppiettina e metterle in uno scatolone in alto nel ripostiglio. Però bisogna fargli spazio, allo scatolone. Non so, dovrei trovare un posto nuovo alle valige. Bisognerà pensarci. Carico la seconda lavatrice e raccolgo i panni asciutti.

E poi bisogna smontare le plafoniere. Che brutte che sono. Secondo me se si potesse tingere di bianco quel cerchio nero starebbero sicuramente meglio, lo devo dire all’imbianchino, magari basta una mano di vernice. Certo che andrebbe tinta anche quella dell’antibagno. La scarpiera! Ecco devo ricordare di togliere la scarpiera che deve tinteggiare anche qui. E il frigorifero! Bisognerà spostare anche quello. Sarò meglio che lo facciamo prima noi che chissà che cosa c’è lì sotto. Poi bisogna smontare le mensole in cucina. Le mensole si tolgono senza problemi, ma la scarpiera? Non ricordo come l’abbiamo fissata al muro. Ci devo guardare. Raccolgo i panni e carico la terza lavatrice.

Pranzo, caffè e sigaretta.

Magari  basta svitare due viti e la scarpiera viene via. Ma anche quella immagino andrà vuotata. Il gatto farà una gran festa. Io lo odio quel muro. Quel muro lì a cui è appoggiata la scarpiera. Dietro c’è l’appartamento vuoto da anni, quello che dovrebbe essere mio e invece no. Perché io quel muro lo abbatterei e questa verrebbe tutta zona notte, tre stanze belle grandi. Poi rifarei il corridoio e chiuderei la cucina. Lì ci viene una bella nicchia con i ripiani e davanti una poltroncina e qui si apre tutto, una bella porta grande a due battenti scorrevoli.  Carico la quarta lavatrice, raccolgo i panni.

Di là ci viene lo studio, la lavanderia, una bella sala grande, una stanza per gli ospiti e il secondo bagno, magari anche il terzo. Non avrei più il problema di dove mettere i bicchieri o le valige, non sentirei più i miei figli discutere, avrei una cabina armadio e molta più luce. Però non so come si fa in questo caso con gli impianti. Si mettono insieme? Si tengono separati? E la porta di ingresso? Una la posso togliere o le devo tenere tutte e due? Magari poi chiedo a qualcuno, così, per curiosità. Son stanca adesso.

Che dici amore? La lista della spesa? No, non l’ho fatta. Avevo da fare.

 

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BRAVI NOI

Diciannove anni fa, più o meno a quest’ora, siamo andati nella casa nuova e abbiamo lasciato le chiavi agli amici perché potessero riempirci il letto di riso e tappezzarci le pareti di carta igienica.
Ti ho chiesto se avevi chiamato il ristorante e tu hai risposto “sì, è tutto a posto”.
Poi sono tornata a casa dei miei ho messo in ordine le cose e i pensieri, come faccio sempre, e ho dormito col mio bambino nella stanza che tante volte ci ha visto abbracciati.
“Mamma, domani ci sposiamo.” “Ci sposiamo, sì.”
Del mattino dopo non ricordo molto. Marco che correva su e giù per il corridoio, la sarta col vestito, il parrucchiere che non mi diceva l’ora perché eravamo paurosamente in ritardo.
Poi Daniela che si è messa a piangere e tuo cugino che si vantava dell’alettone montato sulla macchina che mi doveva portare in chiesa. Il bouquet sbagliato, mio padre che mi aiutava a scendere e mi diceva quanto ero bella. Tu che all’altare mi chiedi in dialetto come va. E tanta gente, davvero tanta; la gente che ci ha accompagnato in quella storia strana che è stata la nostra vita. Ognuno a suo modo e comunque tutti lì.
Marco che dorme tra noi due nel tragitto in macchina, gli zingari accampati davanti al ristorante, il nostro tavolo che non c’era e tutto il tempo in piedi a parlare coi parenti.
Ricordo la stanchezza, l’acconciatura che non riuscivo a sciogliere, tuo fratello che è rimasto fino a tardi a farci compagnia seduti sui divani nuovi.
Domani sarà un’altra volta il 25 aprile.
Nonostante tutto siamo stati bravi. Davvero.

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L’AMICA DI TUTTA UNA VITA

Questa notte ho perso un’amica.
Prima di essere mia amica era amica di mio padre e di mia madre.
Era amica dei miei nonni.
Poi è stata amica di mio marito e dei miei figli.
E’ stata l’amica di una vita.
Era una donna asciutta.
Non ti diceva che eri bella o che eri stata brava. Ti stringeva forte la mano e c’era dentro tutto.
Era una donna grande, con il grembiule stretto in vita.
Una che sapeva voler bene anche ai tuoi sbagli, senza negarli mai.
Ti guardava e sapevi sempre cosa pensava.
Quando in questi anni mi parlava di mio padre, delle cose che non sapevo di lui, di cose che lui a noi non aveva detto ma che a lei aveva confidato,  me lo vedevo davanti, così com’era.
Perché lei conosceva davvero le persone e ne tratteneva l’essenza.
E di lei era l’essenza che colpiva. Quel suo stare nel mondo senza fronzoli, senza maschere.
Quella forza che mai l’ha abbandonata in una vita che non è stata facile.
E nonostante tutto quando rideva lo faceva con gusto.
Ero seduta al tavolo della sua cucina dopo l’intervento che ha segnato l‘inizio della fine del mio papà.
Correvo lì nei mesi in cui avevo smesso di parlare con mia madre.
L’ho costretta ad ascoltare i miei rancori, le mie delusioni, le paure.
In quella stanza ho trovato tante volte rifugio.
Nella sua casa. Quella che lei aveva visto costruire e di cui conservava in testa lo schema degli impianti e la scadenza delle manutenzioni. Una donna pratica.
Per lei neanche morire è stato facile.
Sempre presente. La mente vigile in un corpo stanco che ha combattuto per 96 anni.
Ora riposa. E fuori c’è il sole.
Un’amica da sempre.
Non si perde un’amica così.

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