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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 01

(Mi sa che ne faccio una rubrica quotidiana. Che è bello, a mezzo secolo, scoprire che ogni giorno ne impari una nuova. E quindi)

COSE CHE HO IMPARATO OGGI

Vygotskij appartiene a quella serie di genî che, ‘tacci loro, crepano troppo presto (38 anni, ma dai!). La sua teoria della zona dello sviluppo prossimale è una delle cose allo stesso tempo più semplici e rivoluzionarie che la storia della pedagogia abbia mai affermato.

Dicheno che a non far dire le parolacce agli studenti, e a sorvegliare il loro linguaggio, e a invitarli ad usare espressioni formalmente corrette, il loro rendimento migliora. Dovrò cambiare completamente metodo e approccio, cazz… ehm, mannaggia.

Sono troppo grezzo e ignorante per apprezzare alcune cosette. Per dire, le Kantaten di Bach mi paiono tutte uguali e in fondo in fondo madò che rottura di palle.

La vita in fondo è semplice. C’è chi per essere contento gli basta solo che qualcuno metta un like sotto la sua foto di un limone.

Prima di dire che un ragazzo che evidenzia certi problemi ha un Dsa, l’insegnante deve attivare un percorso di recupero sistematico e mirato ai bisogni di quel ragazzo; solo se il percorso fallisce e i problemi continuano a manifestarsi si invita la famiglia a contattare uno specialista. Insomma, pensa te, non si tira a indovinare e non è una questione di “sensibilità”.

C’è gente che non aveva idea di cosa significasse il marcire delle patate in casa. C’è gente che forse ne ha idea o forse non ne ha idea, ma che comunque è stata testimone di esperienze domestiche di decomposizione che neanche i netturbini di Calcutta. E te le racconta, il/la maledetto/a, con dovizia di particolari.

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DA UN FRAMMENTO DI DIALOGO SOCRATICO DI AUTORE SCONOSCIUTO

– Ora, caro Glaucone, devi sapere che gli uomini si dividono, per così dire, in quattro fratrìe.
– Vediamole, o Leonzio.
– Appartengono innanzitutto alla prima fratrìa quelli bravi, ma bravi davvero, beati loro, quelli che fanno quel che devono fare, e lo fanno bene, e lo sanno.
– Per Ercole, Leonzio, invidiabile sorte è la loro!
– Invidiabile invero, e quasi divina. Opposta alla loro è invece la seconda fratrìa, della quale fa parte l’innumerabile genìa degli stronzi. Essi sono coloro che non fanno, o se fanno fanno male. E lo sanno, oh se lo sanno, perché è proprio quello che vogliono.
– Come!, vogliono il male?! Ma maestro Socrate dice che…
– Stacce, o Glaucone, vogliono il male. Con buona pace di maestro Socrate.
– Ma allora, o Leonzio, che il Tartaro li inghiotta!
– Anch’io me l’auguro, ma non ci spero. Tuttavia, gli uomini degni di appartenere a queste due prime fratrìe sono rari, e simili a semidei si aggirano tra i mortali. Più facile è incontrare esemplari delle due altre fratrìe, che chiameremo miste. Vuoi tu vederle, o Glaucone?
– Io sì.
– Orbene, alla terza fratrìa appartengono quelli che senza logos fanno cazzate sesquipedali, convinti in piena coscienza di fare bene.
– Per Zeus, Leonzio, ben strana gente è codesta!
– Sicuro, ma molto più numerosa di quanto tu non t’aspetteresti. E infine, o Glaucone, la quarta e ultima fratrìa comprende coloro che fanno bene ma non se ne accorgono, e così trascorrono la loro vita beneficando ma temendo in piena coscienza di fare cazzate.
– Oh, per Zeus, quale infelice condizione!
– Tu dici, o Glaucone? Eppure non passa giorno che non ringrazi il Cielo, or che Lachesi va a deporre il fuso e Atropo s’accosta, perché il fato e la benevolenza degli dei mi danno vieppiù motivo di pensare di far parte di quest’ultimo novero. E altro e di più non potrei desiderare.

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VENERDI’ 4 MARZO 2011

Caro diario,

oggi mi son svegliata tardi. Così sono dovuta uscire di corsa e non ho fatto in tempo.
Ho infilato tutto in una busta e l’ho buttata nella borsa.
Ci ho pensato per tutto il tragitto tra casa e ufficio, mentre ascoltavo il bip della timbratrice e il dindon dell’ascensore ai vari piani.
Poi sono entrata nella stanza, ho appeso la giacca e sono uscita portando la borsa con me.
Ho scelto il bagno degli uomini, che lì c’è una luce migliore, e ho chiuso a chiave la porta.
Ho appoggiato tutto  in ordine sul lavandino ascoltando il via vai dei colleghi nel corridoio.
Ho iniziato piano ignorando l’urgenza che sentivo dentro, quella che ti prende quando stai facendo una cosa che forse non dovresti fare.
Intanto tornava il ricordo di quella volta che ho aiutato un’amica a rollare una canna nei bagni della scuola; avevo 16 anni e mi sentivo un’idiota incastrata in quel cesso minuscolo con in mano stagnola e accendino.
Il brivido era lo stesso, la paura di sentir bussare alla porta, la strizza di essere beccate. Ugualmente idiota.
Ci ho messo il tempo che ci voleva, la giusta cura, e dopo aver passato il gloss sulle labbra ho riposto ogni cosa.
E ho sorriso allo specchio. Io. Alla mia età.
E sorridevo ancora in corridoio, dando il buongiorno ai colleghi.
Dando il buongiorno all’adolescente idiota che rimane viva dentro di me.
La prossima volta devo ricordarmi di portare la piastra per i capelli.

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ERMETICA MENTE

Io lo so che tanto non si capisce, ma voglio scriverlo lo stesso.
Le cose brutte che dite di me.
Ecco. Quelle cose che raccontate tra di voi, quelle che poi quando arrivo state in silenzio.
Quelle cose lì non mi riguardano.
Sono commenti relativi all’idea che voi avete di me. Non sono me.
E quindi non mi riguardano.
E’ solo che a volte avverto l’urgenza di aver attorno gente che ama un po’ di più quello che veramente sono.
Gente che sa andare oltre i modi e coglie i significati.
Gente che sospende il giudizio e ascolta.
Allora quando succede, quando capita l’occasione di poter stare con gente così, sono contenta.
Ma proprio tanto.
Sinceramente.

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NON APRIRE QUELL’ARMADIO

Un armadio non è un ripostiglio.
Non funziona nello stesso modo.
Sistemare l’armadio è un orrendo viaggio a ritroso nel tempo.
Sei costretta a fare i conti con te stessa, decidere se continuare a mentire o essere sincera e dirti la verità.
Vuotare l’armadio è come una seduta di psicoanalisi, una passeggiata nell’inconscio.
Perché l’armadio ti mette davanti a tutto ciò che in te è irrazionale.
Non si spiegano in altro modo i capi di vestiario che ancora conservi, che non sai come son finiti lì dentro e che mai e poi mai in uno stato di lucidità avresti comprato.
Non si spiega perché metà dei vestiti che hai sono di due taglie in meno rispetto a quella che porti.
Non si spiegano le decine di gonne, che tu la gonna non la metti mai, e neanche il numero sconsiderato di giacche.
Insomma, apri l’armadio e scopri che non sai chi sei e, in verità, neanche chi eri.
Allora ti siedi sul letto e provi a parlarti, cerchi di ragionare.
Che senso ha che tieni ancora quel vestito taglia 38 che tanto lo sai che non ci rientrerai mai.
Perché stai riordinando otto tubini neri di varie lunghezze e pensi davvero di rimetterli dentro?
Provane almeno uno. Lo vedi? Guardati.
E quella camicia lì? Non l’hai messa mai negli ultimi cinque anni, c’è bisogno di dire altro?
Mi alzo. Sono stanca di ascoltarmi. Io lo so. So tutto.
Aspetta che chiudo.

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RIORDINARE L’ANIMA

Sistemare il ripostiglio è un po’ come fare ordine nell’anima.
Svuoti tutto e liberi la mente poi ti giri e guardi sparsi per terra i pezzi di tutta una vita.
Adesso non resta che rimettere dentro un pezzo alla volta, scegliendo cosa tenere e cosa invece è venuto il tempo di buttare perché tutto non ci può stare.
Le valige le rimetto in alto e sono i viaggi che ho fatto ma soprattutto i viaggi che ancora devo fare.
Sono il regalo più bello, il primo volo in aereo e Barcellona ai miei piedi.
Poi ci sono un sacco di scatole grandi e colorate. Dentro ci tengo i disegni dei miei figli, i loro primi temi: “la mamma (…) e il mio papà la fa sempre ridere”. E le cartoline, le lettere e i bigliettini.
Ti ricordi cosa mi hai scritto quando io e il mio pancione abbiamo preso la patente?
Nella scatola blu ci sono i colori a olio, le spatole e i pennelli , ci sono i miei quadri, quelli che dipingevo quando ero una persona migliore e che non ho mai appeso.
Poi ci sono tutte le cose rotte, il vecchio cordless e la segreteria telefonica; in quella cassetta piccola piccola c’è la voce di mio padre che forse un giorno avrò voglia di riascoltare. E c’è il proiettore che non potremo mai più riparare perché le lampade non le fanno più da vent’anni  ma ho dieci scatole di diapositive del viaggio di nozze dei miei e di quando ero piccola e quella di mia madre sull’altalena a Ostia che aveva ventiquattro anni e era così bella.
Niente. Qui non c’è niente di cui possa fare a meno.
Non si può buttare la collezione di francobolli di Leo e neanche la borsa di pelle che gli ho regalato per la laurea, non importa se non si chiude più. E il Subbuteo? Neanche a parlarne.
Faccio passare le scarpe e scopro di avere cose che non pensavo di avere ed è un po’ come ricevere dei regali. Scopro una collezione infinita di buste di carta e di plastica, appendiabiti da bambini e non e migliaia di sacchetti trasparenti che “si sa mai possono servire per riporre i maglioni”.
Saltano fuori barattoli di detergenti che non ho mai usato, confezioni vuote di qualunque cosa.
Cerco di separare i ricordi dalle psicosi.
Si può far meglio ma è già qualcosa.
Cinque sacchi di roba da buttare e gli scaffali in ordine. Mezzo piano a disposizione.
Per terra non c’è più niente.
Tutto ha di nuovo un posto.

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