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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 13

stuart scottCool as the other side of the pillow. Che bello. È un’espressione che non conoscevo, e mi piace tantissimo. Mette insieme un modo d’essere che mi è lontano mille miglia (non so cosa caspita significhi, davvero, essere cool, ma sono sicuro che non mi riguarda) con un’immagine che invece mi riporta con la memoria a un’epoca in cui manco sapevo che esistesse l’aria condizionata, e la val padana offriva estati sudate e appiccicaticce anche senza bolle africane, e comunque ero in vacanza, e il giorno dopo non c’era scuola, e andavo a dormire tardi, e nel letto mi giravo e rigiravo per il caldo, e mi stupivo del come fosse possibile che il semplice voltare il cuscino dall’altra parte portasse con sé quel dono di frescura, breve ma sufficiente a farmi prendere sonno, e mentre giravo gallone mi chiedevo come fosse possibile che l’altro lato del cuscino fosse sempre un po’ più fresco del zzzzzzzz……

I biscotti del Lagaccio, per fare colazione, sono un grosso non so, non so.

A paragone della riforma Moratti e del lavoro di Bertagna & co., l’elaborazione delle Indicazioni per il Curricolo da parte di Ceruti e tutto il pensiero di Morin mi paiono parecchio banali, di una banalità filosofica ancor prima che pedagogica. Metto le mani avanti: è la mia prima reazione, a caldo. Ma è fortissima l’impressione di un voler correre dietro alle mode globaliste dell’epoca (2006-07) e ad un certo volemosebbenismo piuttosto diffuso nella ex sinistra Dc e nella Margherita del ministro Fioroni, ma anche a tutta l’area dell’Ulivo e alla sinistra bertinottiana che poi finirà in Sel.
Trovo debolissima l’insistenza di Morin sulla “frammentazione del sapere” come male per eccellenza (e in particolare, come ti puoi sbagliare, il male starebbe nell’iperspecializzazione del sapere scientifico), e trovo a dir poco semplicistica la proposta, come rimedio, di ricostruire una visione globale della conoscenza che in fondo sarebbe un semplice rimettere insieme i cocci del sapere che s’è rotto, in un’operazione che, nel mentre che opera di Attak, evidenzia e lascia sussistere la separazione avvenuta – proprio come sul vaso rappezzato si vedono benissimo le crepe e le sbavature di colla – , e allora perché ostinarsi a biasimarla? Il giochino della cultura è da mo che s’è rotto, caro Morin, fattene una ragione. Indaghiamo semmai sulle ragioni e su quel che ne è venuto fuori, ma indietro non si torna, mai.
In sovrappiù, non sapevo che l’espressione Nuovo Umanesimo fosse appunto del Morin. Tendevo ad attribuirla a Fissore, unico vero maître à penser di questi nostri tempi bui.lagaccio

Mentre i nostri musei vengono affidati a mani straniere, il padovano Piero Benvenuti viene eletto segretario dell’IAU, l’Unione Astronomica Internazionale, l’organizzazione che, come dice il Corrierone nostro, dà i nomi alle stelle. Ma – e questo l’ho imparato oggi – dice Benvenuti che non ci sono più stelle da nominare. Che al massimo ci sono gli asteroidi e, come ovvio, i pianeti extrasolari, qualche satellite non ancora avvistato e certo la miriade di oggetti ghiacciati delle varie fasce e nubi che si estendono al di là di Plutone, lo sterminato Molise del sistema solare. Ma stelle no, le abbiamo nominate tutte.
Ecco, questa è una cosa che mi lascia senza parole. Nominare le stelle era attributo divino: Prova a contare le stelle del cielo, Abramo, e tale sarà la tua discendenza. E quando Giobbe prova ad alzare la cresta, il Signore lo mette a posto dicendogli: Puoi tu annodare i legami delle Plèiadi o sciogliere i vincoli di Orione? Insomma, intorno al nominare le stelle ruota l’immenso Stacce! dell’Onnipotente rivolto alla sicumera dell’ambizione umana alla conoscenza.
E invece, abbiamo davvero nominato le stelle. E quindi?
Leopardi se lo chiede, se per caso il nominar le stelle, indice di potenza umana sovrumana, potrebbe significare di per sé essere più felici:

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.

Oggi, noi che abbiamo noverato le stelle e che le abbiamo battezzate tutte, possiamo rispondere  tranquillamente al dubbio del pastore errante.
… pastore, magna pure tranquillo.

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COSE CHE HO IMPARATO OGGI – 08

È così. Arrivi a cinquant’anni, ti credi esperto del mondo e de li vizi umani e del valore, e invece. Chissà quanti tizi non ho mai sentito nominare ma, ciascuno nel suo, hanno contribuito al progresso umano ben più di quanto potrò mai fare io portando in giro per il mondo la mia massa grassa.
Von Foerster, per esempio. (– Cioè, NON SAPEVI CHI ERA VON FOERSTER?! Ma co…  – SCOIATTOLO!) Von Foerster, dicevo. Bella questa cosa delle macchine banali e non banali.
Una macchina è banale, dice il Von, se è caratterizzata da una relazione uno-a-uno tra input e output. Se, dato uno stimolo A, produce sempre la risposta B. Se fa sempre la stessa cosa, insomma. Schiaccio il pulsante, e vien fuori l’aria calda. Giro la chiave, e si accende il motore. Metto la panna nella carbonara, scoppia un flame su internet. Posto un gattyno, prendo trenta Like. È un sistema deterministico, e quindi prevedibile.
Ma ci sono anche le macchine non banali: tra input e output la relazione è diversa. Dato lo stimolo A, non sempre rispondono B. Il fatto è che la risposta che viene data è frutto delle risposte date in precedenza. Anche queste macchine sono deterministiche: è una serie di stati interni a causarne il comportamento. Ma dato che io posso vedere solo l’input e l’output, posso ipotizzare gli stati interni solo da quanto osservo dall’esterno. E così le macchine non banali sono imprevedibili. E poco utili nella pratica, ovvio. Sono anni che schiaccio il pulsante e vien fuori aria calda, ma può essere che stamattina io schiacci il pulsante e venga fuori aria fredda, o non venga fuori niente: a quel punto è improbabile che mi limiti a constatare Toh!, ma guarda che caso strano, il mio phon si è trasformato in una macchina non banale. Dirò che si è rotto, e lo aggiusterò o lo sostituirò.
In pratica: se una macchina banale comincia a funzionare in modo non banale, corriamo subito ai ripari per banalizzarla.
Tutto il rapporto uomo-natura è in fondo improntato a un costante tentativo di banalizzazione: la natura di suo non è per niente prevedibile, anzi è piuttosto caotica; ma l’uomo è capace di estrapolarne delle regolarità, ovvero di banalizzarla, traendone vantaggio (non è che occorra conoscere tutti gli stati interni della macchina biologica per inventare l’agricoltura e l’allevamento).
Ma se c’è un campo in cui, dice il Von Foerster, quest’opera di banalizzazione è nociva, quello è il campo dell’istruzione: la scuola è un costrutto mirato a banalizzare quelle macchine non banali che sono i bambini, o in generale i ggiovani. La risposta di un bambino è sempre imprevedibile: la scuola opera perché alla domanda dell’insegnante il bambino fornisca la risposta corretta, ossia quella attesa, prevista e prevedibile. A stimolo A deve corrispondere risposta B, appunto.
I test di valutazione sono la macchina di banalizzazione perfetta: sottopongono domande di cui si conosce già la risposta a persone da cui si attende la risposta corretta. Più alto è il punteggio che ottieni in un test, e più ti sei banalizzato. Ossia, digiamolo, sei sotto controllo.
Ora basta, che devo andare a esercitarmi a fare un po’ di test per la preselezione del concOH WAIT!

Una serie di frasi esplicative con trollata conclusiva del solito Wittgenstein.

Una serie di frasi a caso con trollata conclusiva del solito Wittgenstein.

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NON È BELLO CIÒ CHE È BELLO MA CHE BELLO CHE BELLO CHE BELLO

Domanda a bruciapelo: cos’è stato costruito di “bello” in Italia dopo l’unità?

Mi spiego: okay, va bene, il bello è un criterio molto soggettivo, però siamo tutti d’accordo nel dire che il duomo di Monreale è bello, che la reggia di Caserta è bella, che le ville del Palladio sono belle, no? Bene: negli ultimi 150 anni cos’è stato costruito in Italia per cui la gran parte delle persone che vede tali costruzioni subito pensa “Caspita, che bello”? E se non viene in mente nulla, perché non viene in mente? E se la domanda è idiota, perché lo è? – Leonardo

 

l’Eur – tamas

la Sapienza – tamas

San Siro – Bisax

Cimitero San Cataldo di Modena. – Andreoide

Proseguo o ci sono fulmini pronti a colpirmi? – Andreoide

il Dall’Ara di Bologna – tamas

http://www.settimazona.it/images/news/525.jpg – Guy

Io mi sono detto, visitando Gibellina Nuova, “che bello”, “che peccato”, “ma perché?” – zar da YouFeed

È brutto dirlo ma l’architettura fascista spaccava culi. Muzio, Terragni, Piacentini… Il Colosseo quadrato è un capolavoro. – yngnrjnwrrnrynwr

(cucino e ogni tanto vengo a guardare, eh, son qua che prendo nota) (e non ho mica la risposta esatta in tasca) – Leonardo

(per esempio, del cimitero san cataldo non so una beneamata fava) – Leonardo 

(Guy, eccelosò, ma mi riferivo all’architettura) (e no, niente design :)) – Leonardo

a me piace molto la Chiesa di Dio Padre Misericordioso, a Roma, e il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto– viltrio

bisognerebbe capire meglio cosa s’intende per bello. – archi+ dadevoti

Porta Susa. (ok, la stanno ancora finendo, ma secondo me è bellizzima) – Jamesir Bensonmum

La Mole! – Arimsvotnpölpzwei

sono d’accordo con yngnrjnwrrnrynwr – AlessandraC

@Arimsvotnpölpzwei: uh, certo. E pensare che secondo il progetto originale sarebbe venuta una roba più o meno terribile. – Jamesir Bensonmum

domanda complessa soprattutto perché riguarda il periodo della “fine degli stili”, con l’Eclettismo che tende a riassumerli. Con le avanguardie (Futurismo in architettura) e il Liberty salta tutto e si risente del contributo delle arti applicate. A Milano si trovano grandi opere eclettiche e Liberty sottovalutate. Il Razionalismo italiano soprattutto tardo è rimasto meno destabilizzante di altre espressioni del Moderno per la sua sensibilità storica. In generale, con la fine dello storicismo si affermano tante diverse idee di bello in architettura: igiene, funzionalità, conservazione materiale, efficienza energetica… Comunque in generale dico Muzio, Gardella, Rossi, Michelucci e Scarpa. Tra i contemporanei, l’opera omnia di Marco Dezzi Bardeschi, il più grande secondo me, come progettista, come teorico della Conservazione architettonica, come storico. – Slow

e aggiungerei Carlo Scarpa. basterebbe questo: http://www.negoziolivetti.it/ – AlessandraC

(aggiungevo senza avere ancora letto Slow) – AlessandraC

non so se dico una cazzata ma secondo me non viene in mente subito perché c’è un confronto continuo con l’architettura antica che è abbastanza pesante culturalmente. E’ la ragione per cui per esempio Vicenza è una città abbastanza immobile dal ‘500, come se fosse difficile far di meglio e quindi non ci si provasse nemmeno. Però ecco: non so nulla di architettura ma è una cosa che penso della mia città ma che forse vale anche per molte altre. – chiaratiz™

A me il grattacielo Pirelli piace – Marco Beccaria

La tomba di Brion – zar

I cinemi. A Livorno, l’Odeon, nel 1954 era il più grande d’Italia, di recente è stato demolito per farci un parcheggio. – Lopo

A me piace qualcosa del razionalismo italiano, tipo l’ufficio postale di Ostia, o Sabaudia. Non ho mai capito perché le vengono a studiare dall’estero (tipo le palazzine di Libera che stanno su ogni libro di architettura del mondo) e all’italiano medio fanno schifo. Anche molte stazioni sono belle. – Numero 6

Credo in effetti che il confronto con l’antico pesi troppo – Lady M

palaisozaki a torino – Massimo MaxKava Cavazzini

A me gran parte dell’architettura razionalista piace. Giusto settimana scorsa ho visto un bellissimo edificio sul mare a Castiglioncello. – Guy

Di razionalista è bellissimo il PoliTo. – Jamesir Bensonmum

Palazzo del Lavoro a Torino – Annarella G.

Finirete per dire che è bella pure la Torre Velasca. – Lopo

(ma nessuno dirà che è bello l’Altare della patria) – Leonardo

La torre velasca e’ interessante :-) – Lady M

Credo che figure influenti come Bruno Zevi (partigiano) non vedessero di buon occhio il razionalismo, e questo ha pesato http://www.cosedipalio.altervista.org/vignetta_di_zevi1.htm – yngnrjnwrrnrynwr

Mi pare che sul razionalismo ci sia una discreta convergenza. Il periodo però lo frega un po’, secondo me. – Numero 6

(e no, l’Altare della patria no) – AlessandraC

l’altare della patria fa schifo – chiaratiz™

(ché poi a me, ‘sta domanda, l’ha fatta un amico architetto un paio di giorni fa, dicendomi che appunto, al di là del razionalismo e, che so, di Michelucci (lui mi citava la chiesa sull’autostrada, che in effetti anche per me è stata una delle poche opere contemporanee di fronte alle quali ho detto “Bello!”), mica gli venivano in mente altre costruzioni indiscutibilmente “belle”, e anche sul razionalismo aveva dei dubbi, che anch’io condivido. Insomma, torno a dire, ci sono opere che tutti diciamo “belle”, ma non tutti dicono che l’EUR o il grattacielo Pirelli sono belli, anzi!, per non parlare di altre costruzioni che voi citate. Tutti forse le troveranno interessanti e significative, ma “belle” probabilmente no. Perché?) (già Slow ne ha detto qualcosa, mi pare) (e LadyM sul confronto con l’antico, così come Chiaratiz) – Leonardo

+1 architettura fascista. di michelucci pure la stazione di santa maria novella – thomas morton

Per me c’è anche un problema economico: se vuoi le cose belle devi cacciare il quattrino. E quello ce l’hanno quasi solo i governi, in passato Chiesa e famiglie potenti (e governanti). – Numero 6

@archi+ dadevoti, ah, capisco, ma tentavo invece di darlo per scontato, nel senso di fermarmi, non saprei come dire, al bello condiviso, a quel che tutti consideriamo bello, al bello risaputo. So bene che così metto sotto il tappeto un problemone enorme ma al limite preferisco farlo ricicciare fuori alla fine. Intanto volevo capire se era vero, a livello di sentire comune, che di “bello ” in questi ultimi 150 anni ne è stato fatto poco. E così al volo, la prima impressione che ho è che no, almeno su FFeed molti non sono d’accordo, e che per loro dall’unità ad oggi qualcosa di bello si è fatto, eccome. Per me è già uno spunto interessante – Leonardo 

@Numero6, è esattamente la prima cosa che ho detto al mio amico, la democrazia (anche se in fieri) ha i suoi costi – Leonardo 

(incredibile, c’è chi mi manda dei DM sul tema, fra l’altro dicendo giustamente che il Teatro Massimo di Palermo è bellissimo, ed è di fine ‘800) – Leonardo

come diceva slow ci sono anche molti esempi di liberty da riscoprire. quanto alla democrazia, mi pare che il problema non sia quello (vedere spagna, vedere germania). piuttosto dovremmo parlare dei problemini dell’italia riguardo le pratiche di clientelismo, corruzione, malaffare, eccetera – thomas morton

Il problema di fondo è che c’è sempre più edilizia e sempre meno architettura. E poi, facendo finta che definire il “bello” non sia un problema, il bello è diffuso: ce n’è di più, ma minore. Penso a certi quartieri fin-de-siecle, e poco dopo, per esempio il Coppedè. Mattone eclettico? Ma ne vorrei diecimila, rispetto all’edilizia anni ’60-70… L’EUR è già stata menzionata, e quella stagione ha un grande fascino. Anche perché concreta improvvisamente le apparizioni oniriche delle piazze d’Italia di de Chirico. – Maurizio Nicosia

la galleria vittorio emanuele II di milano. – la galleria principe di napoli. – le stazioni delle grandi città… palermo, milano, bari, torino porta nuova, genova. molti giardini come il giardino bellini di catania… il teatro bellini di catania. il teatro accademia di conegliano…. il caffè pedrocchi di padova. il teatro massimo di palermo… la chiesa di sant’antonio nuovo a trieste. volendo anche la mole antonelliana… etc etc – chiricupa

Stazione Centrale a Milano? – Bob.Draco

il ponte sul mare a pescara? – F.

per dire una roba post2000 – F.

La Milano del boom era architettonicamente avanguardia internazionale. Si faceva speculazione, come sempre del resto, ma ci sono molti edifici belli, costruiti in fretta e male: Ponti, Asnago e Vender, Caccia Dominioni, Magistretti, Gardella, ecc. – Andreoide

(il bello è dettato dall’armonia delle varie parti nell’insieme. l’uomo è naturalmente dotato del senso della proporzione e armonia.) – chiricupa

Edifici belli potenzialmente, ma costruiti in fretta e male = bei progetti e edifici brutti (?) – Lady M

(insisto a dire, non solo prendo nota, ma ho inoltrato il link del thread all’amico architetto di cui sopra, quindi ringrazio tutti per i contributi passati presenti e futuri) (senza contare che continuo a girare su google a partire dai vostri input) – Leonardo

no, in effetti di bello ce n’è, anche se alcune delle cose che segnalate (per esempio, sant’antonio nuovo a trieste e, soprattutto, la centrale di Milano, che assimilo all’altare della patria…) non mi entusiasmano affatto. – Leonardo

@F., guarda, per me ci metterei dentro anche il ponte sul Po dell’alta velocità vicino Piacenza – Leonardo 

(proseguo con quel che mi viene in mente) il palazzo castiglioni di milano…il palace di varese. la sede leonardo del politecnico di milano. – chiricupa

anche la sede mondadori. – chiricupa

“il bello è dettato dall’armonia delle varie parti nell’insieme”: una visione _classica_ del bello su cui concordo appieno. Ma siamo certi che abbia ancora dimora nella contemporaneità? – Maurizio Nicosia

stavo giusto discutendo con la signora qui se con questo criterio, che pure pare di buon senso, Gaudì sarebbe “bello” – Leonardo 

Sì, ma il problema è che “armonia” è concetto instabile. – Marco Beccaria

l’Eur di Roma, così Fellini ha potuto inventarci tutti i suoi migliori film. – Neuromancer

almeno in archittettura, però, il concetto di “è bello quel che piace, è tutto soggettivo” dovrebbe essere più debole che altrove. gli edifici hanno una funzione, devono essere abitati, devono essere vissuti – thomas morton

@ maurizio nicosia … secondo me sì. se ci pensa è un’idea che è partita dalla grecia classica ed è arrivata fino a noi, con modifiche ovviamente. penso che abbia ancora senso parlare di proporzione e armonia poiché il corpo umano stesso è proporzionato e armonico… per quanto riguarda l’architettura contemporanea, è vero che le sperimentazioni talvolta finisco per scomporre la materia dandole una forma irregolare come ad esempio il guggenheim di bilbao ma secondo me sono solo esercizi di stile che non hanno nulla di veramente architettonico. @Leonardo… no, io credo che gaudì sia parecchio sopravvalutato. – chiricupa

+1 sul colosseo quadrato – piesio

Armonia non è concetto instabile. Come l’ha formulato chiricupa è abbastanza preciso, e possiamo dilatarlo un pochino: rapporto delle parti tra loro e col tutto. È un concetto strettamente musicale, che sottende precise proporzioni spaziali. C’era un tale che parlava di “consonanza”, per esempio. Armonia deriva da ‘harmozo': congiungo. – Maurizio Nicosia

Eh, ma pensa alla dodecafonia: quel che può essere considerato armonico come composizione delle parti in un dato contesto/epoca può non esserlo in un altra. – Marco Beccaria

bravo maurizio. l’alberti paragona spesso l’architettura alla musica… arte, architettura e armonia. poesia per gli occhi. – chiricupa

pensavo la stessa cosa di Marco, il barocco è disarmonico al massimo, se visto da un rinascimentale, eppure ha una “sua” armonia. quindi sì, l’armonia ha a che fare col collegamento fra le parti, ma le modalità (le “regole”?) di questo collegamento possono cambiare, e quindi può “diventare” armonico quel che ieri non lo sembrava, no? – Leonardo 

@thomas, è vero, ma questo significa che il criterio della funzionalità è sinonimo di “bello estetico”? – Leonardo

il concetto di armonia non è instabile e non è neanche… come dire, arbitrario. il punto di partenza è sempre la sezione aurea. magari non in maniera esagerata come nel rinascimento, con il giusto margine di ritocco e fantasia dettato dal gusto contemporaneo ma, in definitiva, credo che l’uomo sia portato naturalmente al gusto della proporzione. nessuno vorrebbe una casa storta, e l’architettura deve rispecchiare il gusto di tante persone. una casa deve essere funzionale, solida, bella e armonica. – chiricupa

Il ponte che scavalca l’autostrada a Reggio Emilia. La basilica nuova di San Giovanni Rotondo. Il sacrario di Redipuglia – Andrea Tassi

@ Leonardo. il barocco non è disarmonico… non lo definirei disarmonico, il gotico potrebbe esserlo. il barocco invece è armonico, non è lineare nel decoro ma non è disarmonico – chiricupa

per dire… il colonnato di san pietro non si può definire disarmonico – chiricupa

nemmeno per i greci? nemmeno per i rinascimentali? quella del colonnato di san Pietro è un’armonia che nasce dai contrasti, un’idea di armonia che nasce in quel periodo storico, non prima e non dopo. l’armonia mi pare insomma che sia un criterio storico, non permanente, e così anche la “sensibilità” all’armonia è legata alla storia, ai tempi – Leonardo 

Anche l’armonia classica nasce dai contrasti. Più esattamente dall’equilibrio dei contrasti, dalla loro armonizzazione. I rapporti armonici non comportano necessariamente una composizione _statica_. Questa è una visione _neoclassica_, non classica. Cioè ingessata dell’armonia. Si possono ottenere composizioni dinamiche anche con le proporzioni armoniche – Maurizio Nicosia

okay, ma il fatto stesso che la visione classica di armonia sia diversa da quella neoclassica implica che il concetto di armonia sia soggetto a diverse interpretazioni, no? (motivo per cui comincio davvero a pensare che fra le tre domande che facevo nel primo commento al thread, quella davvero pertinente sia la terza :)) – Leonardo

che domande: il grande raccordo anulare – antonio pavolini

ma nella storia dell’architettura si è sempre (oddio, con giuste eccezioni) cercato di ricreare materialmente la perfezione umana. a parte le grandi cattedrali gotiche che volevano rendere l’uomo minuscolo al cospetto di dio. e come dici tu è un concetto legato al tempo… ovviamente una costruzione rispecchia le idee dell’uomo del suo tempo, di chi le crea. il rinascimento riprende i canoni greci, col neoclassicismo si riscoprono le proporzioni. se la domanda è ‘sono sopravvissute e arrivate fino a noi?’ la risposta è sì e no. è tutto legato al tessuto urbano. non ci saranno mai grattacieli a firenze, ad esempio… non sarebbero costruzioni in armonia con la città… – chiricupa

L’armonia non è un concetto giuridico, cristallizzato, ma è del tutto equivalente a una scala musicale: è un _principio_ dinamico (ripeto: non concetto, ma principio, modus mentale e operativo). E come con sette note possono comporre sia Mozart che Pupo, così accade anche in architettura e nelle arti visive – Maurizio Nicosia

anche se firenze stessa, era una città piena di grattacieli di legno – chiricupa

comunque, e concludo, l’architettura deve per forza sposare la funzionalità e solidità e armonia per dare quel ‘bello’ di cui si parla qui… la casa sulla cascata cade a pezzi, il colosseo è sopravvissuto pure al saccheggio dei barberini. quindi l’armonia è solo un aspetto, legato anche al gusto del tempo che modifica lievemente i canoni ‘naturali’ – chiricupa

Tutto il Liberty italiano, Portaluppi a Milano – la bellissima villa Necchi, che ora grazie al FAI si visita – il quartiere Coppedé a Roma, Basile a Palermo. Di altro genere, ma “costruito in Italia”, la tecnologia automobilistica, la Ferrari; le macchine Olivetti; molto design – palmasco

per me, come per il MDB citato sopra, oggi, è “bella” l’architettura che conserva lo stato di fatto ed eventualmente aggiunge con usi rispettosi dell’esistente. Del più formidabile edificio non direi mai che è bello se la sua costruzione ha comportato la demolizione di un lavatoio del Seicento – Slow

@leonardo. anche “funzionalità” sarebbe un concetto da precisare meglio. io odio il concetto di “arte per l’arte” in qualsiasi campo, e fin qui sticazzi, ma in architettura penso sia pressoché universalmente insostenibile – thomas morton

(p.s. per i precisi che qui abbondano, villa Necchi NON è architettura liberty, e in generale non lo è il lavoro di Portaluppi. Ho solo organizzato male la frase, scrivendo di fretta) – palmasco

vero thomas! si possono accettare i tagli della tela di fontana ma per l’architettura è diverso. il guggenheim di new york non è funzionale come galleria d’arte, ad esempio. come ho detto prima e come diceva alberti: firmitas, utilitas e venustas… con le dovute applicazioni alla contemporaneità – chiricupa

L’architettura è materia almeno quanto forma, senza il disordine, le stratificazioni, le asimmetrie e le dissonanze della prima non avremmo mai, quand’anche fosse presente e criterio estetico cogente, l’armonia di rapporti della seconda. Lo diceva anche l’Alberti quando enunciava i componenti degli intonaci romani nel suo trattato, tecnico quanto estetico. Altrimenti, oltre ai lavatoi seicenteschi, dovremmo demolire anche le cattedrali gotiche, senza essere sfiorati dal dubbio del loro valore storico e materico. – Slow

(da Friendfeed)

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AD LIBITUM

In apparenza Amedeo Balbi mette giù le cose in maniera diversa, ma mi pare che le osservazioni e le domande che Keplero formula all’inizio del suo post (e i cui sviluppi sono rintracciabili anche su FriendFeed) potrebbero essere riformulate e condensate nel seguente modo:

Le leggi di natura determinano l’evoluzione di un universo all’interno del quale a un certo punto emergono degli esseri che prendono coscienza dell’esistenza di leggi di natura che determinano l’evoluzione di un universo all’interno del quale a un certo punto emergono degli esseri che prendono coscienza dell’esistenza di leggi di natura che determinano l’evoluzione di un universo all’interno del quale a un certo punto emergono degli esseri che prendono coscienza dell’esistenza di leggi di natura che determinano l’evoluzione di un universo all’interno del quale a un certo punto emergono degli esseri che… (ad libitum)

C’è qualcosa di strano in questo processo all’infinito. Non sta tanto nel fatto che, all’interno di questa sintetica illustrazione del determinismo fisico, ad un certo punto emergerebbe la figura di un soggetto intelligente che prende coscienza dell’esistenza di leggi che ne determinerebbero azioni e decisioni libere solo in apparenza, e che prendendo coscienza retrofletterebbe sulle leggi di natura lo stesso determinismo che le leggi di natura eserciterebbero nei suoi confronti (il che è già un bel problema, non fosse altro che per il dover render ragione di tutte le parole ed espressioni in corsivo cogliendone la genesi, ossia la natura delle pratiche che ne hanno reso possibile il venire al mondo).
No, quel che non torna, da subito, è che l’espressione leggi di natura viene usata in due sensi e due significati differenti. In apertura di frase starebbe ad indicare un dato oggettivo, le leggi di natura in sé e per sé, realmente esistenti. Nel prosieguo della frase starebbe invece ad indicare l’oggetto della presa di coscienza dei soggetti intelligenti, che quindi in qualche modo inventerebbero il concetto di leggi di natura utilizzandolo per spiegare il mondo così come si presenta; e questa sarebbe la conoscenza scientifica di cui le leggi di natura sarebbero l’oggetto.
L’insensatezza della visione deterministica dell’universo (insensatezza che, si badi, coinvolge in altri modi anche la visione opposta di un universo liberamente regolato da una volontà, umana o divina e provvidente, poco importa) sta tutta qui: nello scambiare una pratica di conoscenza per una realtà sostanziale, retroflettendo tale pretesa realtà nel ruolo dell’origine e pretendendo in aggiunta di spiegare a partire da essa la pratica di conoscenza da cui essa stessa trae origine.
Il che, per la verità, è proprio il destino della conoscenza scientifica del mondo nel momento in cui si allontana dalle proprie pratiche cedendo alla pretesa di spiegare la verità del mondo in assoluto, per tutti e per ciascuno.
Ossia quando pretende, senza saperlo, di farsi metafisica. O storicismo, che poi è la stessa roba.

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CHE POI IO SUL PEZZO SON MICA CAPACE DI STARCI…

Che poi io a quell’incontro lì non so neanche come ci sono capitato.

Che son mica un testone come l’Accame, o Manasse.

E neanche c’ho un blog che la gente segue e viene a leggere (che oggi, per dire, ci son passate tre persone, e di sicuro tutte per sbaglio, e chissà cosa stavano cercando).

Però c’ho degli amici che al Gallizio ci han detto Guarda, c’è questo Leonardo, è così e così, fossi in te lo inviterei.

E il Gallizio mi ha invitato e io ci ho detto sì, anche perché il Gallizio mi ha detto che mi mandava il libro, e io coi tempi che corrono su un libro gratis mica ci sputo sopra. Ci ho detto Sì, ci vengo a sentire l’Odifreddi, caspita!, ci vengo sì, ci vengo. E ci sono andato.

Che poi lo so che son passati due giorni, e quelli che scrivono sui blog, su quelli grossi, hanno già detto tutto quello che c’era da dire, perciò cosa vuoi che mi metta a dire adesso, che son passati due giorni.

Ma sono fatto così, alle cose io ci devo pensare, che non mi viene sempre in mente subito la cosa giusta da dire. A volte non mi viene mai, a volte due giorni dopo. Quelli che scrivono sui blog, quelli grossi, non so mica come fanno. “Bisogna stare sul pezzo”, dicono. E bravo, io posso anche stare sul pezzo, ma se per stare sul pezzo poi dico una cazzata? Son figure, ci metti un attimo. Se non sei veloce a pensare, è un attimo che dici una cazzata, e poi bon, mica puoi dire parola torna indietro. L’hai detta e bon.

Allora io preferisco aspettare. E se mi viene in mente qualcosa poi lo scrivo sul blog, che tanto anche se son passati dei giorni non è che cambia molto, figurati, se scrivevo subito massimo massimo passavano di lì dieci persone in più che mi leggevano, e invece così ci saranno dieci persone che diranno Ma dai, che palle, ancora ‘sto Odifreddi?!, e passeranno avanti, ma cambia mica niente. Anzi, ti dirò, forse è meglio così, che anche se son passati due giorni son mica sicuro che questa che dico adesso è una roba giusta, magari è una cazzata, però almeno la leggono dieci persone in meno e faccio meno figura di merda.

Che io a Odifreddi ci ho fatto una domanda. Ma mica una domanda intelligente, ci ho fatto una domanda così, per sapere una cosa. Che nel suo libro lui seguita a dire che la ragione qua e la ragione là, che il papa dice le cose che non si capisce che senso hanno, e che la ragione invece dice delle cose diverse, e che lui non capisce come si fa a dire delle cose compagne, si vede che il papa e chi crede in dio non usa la ragione.

E allora io ci ho chiesto cosa è che intende per ragione. Che magari il problema è tutto lì, magari non ci si è messi d’accordo su cosa significa una parola, poi uno la usa in un modo, uno nell’altro e non ci si capisce mica, a volte si finisce anche per litigare, sembra che chissà cosa e invece è solo una roba di parole. Che poi si sa che una parola tira l’altra, si finisce magari per dire robe pesanti e poi è mica facile dire parola torna indietro.

Odifreddi è stato bravo. M’ha detto che la ragione è una cosa che è mica facile spiegare così in generale cos’è, ma che lo capisci se guardi la matematica e la geometria. Che la ragione è una roba che tu fai dei ragionamenti che vengono fuori l’uno dall’altro ma tutti attaccati, come i vagoni del treno, che se tu hai capito una cosa e dici che quella cosa è vera, tutto quello che vien fuori da quella cosa è vero anche lui, e mica puoi fare dei salti di qua e di là, mica puoi passare da un vagone all’altro del treno senza passare prima in quelli che ci stanno in mezzo, che la ragione è far vedere che se tu dici che una cosa è vera dietro quella cosa ci stanno altre cose vere, tutte attaccate, e tu puoi salire su su su, da una cosa all’altra, e tutte le cose vere vengono da altre cose che sono vere anche loro, fino che arrivi a delle cose che sono vere ma non sai mica perché, ma sono vere.

Che poi a Odifreddi ci han fatto un sacco di altre domande e tutto è stato molto bello.

Ma poi ci ho pensato a quello che m’ha detto Odifreddi, e ci sono cose che non ho mica capito tanto bene.

Cioè, se è vera quella roba dei ragionamenti che sono veri se uno vien fuori dall’altro, e se è vero che se vuoi fare vedere che una cosa è vera devi far vedere che è attaccata ad altre cose che sono vere anche loro perché anche loro sono attaccate ad altre cose che sono vere e avanti e avanti, beh, lui nel suo libro non fa mica così! Lui nel suo libro dice delle cose che dice che sono vere, e dice che le cose che dice il papa son mica vere, ma non mi fa mica vedere tutti i vagoni del treno! Fa dei salti che sembra un grillo! A volte per farti vedere che una cosa è vera ti dice Guarda, lo dice anche Einstein, Guarda, lo dicono tutti gli scienziati, Guarda, lo dice anche Darwin (che poi nel libro quando lui fa vedere cosa dicono gli scienziati e Darwin e Einstein e compagnia briscola, mica fa vedere quello che dicono di roba scientifica, no, ma quello che dicono su dio che esiste o non esiste o su come finisce il mondo o su come è iniziato, e mica fa vedere che quello che dicono son cose che vengono fuori una dall’altra e che sono robe vere perché dietro c’hanno altre robe vere, no, te le dice così, l’han detto loro, che son scienziati, ma a me ‘sta cosa non mi pare giusta e non mi basta mica, eh).

Cioè, io mica voglio dire che Odifreddi dice delle balle. Dico solo che se la ragione è quella roba là che mi ha detto, quando lui ha scritto quel libro lì non ha mica usato la ragione, ma ha usato un’altra roba. Che non so mica cos’è, ma è un’altra roba! E allora non ho mica capito: Odifreddi mi dice che la ragione è una roba, poi nel libro mi dice che il papa non usa mica la ragione e che dice delle cose che non stan mica in piedi, però per dirmi così non usa mica la ragione che lui ha detto che è l’unica cosa che ci fa dire le cose vere! Allora, scusa, a me mi vien da pensare che o mi stai prendendo in giro, o non ti sei mica accorto che hai fatto una loccata, e che se quello che dice il papa c’ha mica senso perché non vien fuori dalla ragione, quello che tu dici nel libro c’ha mica senso per lo stesso motivo!

Boh. Sarà che son mica un testone. Però c’ho guadagnato un libro e ho conosciuto la Mafe, Gallizio, Pavolini, Jannis e altra gente bella.

A momenti ci guadagnavo anche il portafoglio del .mau., ma questa è un’altra roba.

 

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ARGOMENTO ONTOLOGICO PER MATEMATICI

L’insieme di Mandelbrot non è stato certamente un’invenzione di qualche mente umana. L’insieme esiste oggettivamente soltanto nella matematica stessa. Se ha senso assegnare una reale esistenza all’insieme di Mandelbrot, questa esistenza non è nelle nostre menti, perché nessuno può afferrare completamente l’infinita varietà e l’illimitata complicazione di questo insieme. La sua esistenza non può neppure trovarsi nella moltitudine di tabulati sfornati dai computer che cominciano a catturare parte della sua incredibile sofisticazione e della ricchezza di dettagli, poiché questi tabulati possono al più catturare un’ombra di un’approssimazione all’insieme. Esso, tuttavia, ha una forza al di là d’ogni dubbio; la stessa struttura, infatti, si rivela – in tutti i suoi dettagli percepibili, con sempre maggiore finezza quanto più è esaminato da vicino – qualunque sia il matematico o il computer che lo esamina. La sua esistenza può trovarsi solo nel mondo platonico delle forme matematiche.
(R. Penrose, La strada che porta alla realtà, 1.3)

E già se da questo solo fatto che posso trarre fuori dal mio pensiero l’idea di qualche cosa, ne consegue che tutto ciò che percepisco in maniera chiara e distinta come propria di quella cosa, realmente le appartiene, da ciò non si può forse trarre anche la prova dell’esistenza di Dio? Certo trovo in me l’idea di lui, cioè di un ente sommamente perfetto, non meno che l’idea di qualsiasi figura o numero; e non comprendo meno chiaramente e distintamente che l’esistenza eterna è propria della sua natura, di come che ciò che dimostro di qualche figura o numero riguarda anche la natura di tale figura o numero; e dunque, sebbene non tutte le cose, che in questi giorni passati ho meditato, risultassero vere, almeno l’esistenza di Dio dovrebbe essere presso di me nello stesso grado di certezza, nel quale sono state fino ad ora le verità della matematica.
(Cartesio, Meditazioni metafisiche, V, 7)

Ma, certamente, ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe piú grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio. Esiste dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà.
(Anselmo d’Aosta, Proslogion, 2-3)

Sono circa a pagina 30 di quell’enorme e affascinante mattone che è La strada che porta alla realtà, di Roger Penrose. Trenta pagine, la maggior parte delle quali impegnate a discutere filosoficamente sullo status delle verità matematiche. E io mi chiedo: ma perché?!
L’impressione è infatti quella di trovarsi di fronte ad una sorta di excusatio non petita, visto che nell’immaginario collettivo “Scienza? Funziona!”, “Matematica? Funziona!”, mentre “Filosofia? Pippa mentale!”. Eppure, non so, c’è qualcosa di strano. Come se il semplice dire “Funziona!” risultasse insoddisfacente agli stessi matematici, e la ormai secolare disputa sui fondamenti della matematica non fosse per niente conclusa. Ma vabbè, chissenefrega, il problema è loro, dei matematici.
Però nel mio piccolo, e nel caso specifico, mi stupisco sempre del come sia possibile per scienziati e matematici fare affermazioni apodittiche che difficilmente sarebbero perdonate a un filosofo, e meno che mai a un teologo.
No, dico: Penrose sostiene l’obiettività della verità matematica riconducendola esplicitamente all’esistenza di un mondo platonico, “un oggettivo modello esterno che non dipende dalle nostre opinioni individuali“, del quale sostiene l’esistenza con argomentazioni in fondo non dissimili dal famigerato argomento ontologico di Anselmo e Cartesio.
Ora, il problema non è innanzitutto la plausibilità o la modalità di esistenza di un simile mondo (che già pure è un bel casino).

Il problema, a mio parere, è che in questo modo il Penrose finisce per unirsi al vasto gruppo di matematici (e scienziati?) che tuttora continuano a ridurre (a elevare?) la matematica (la scienza?) a metafisica, senza rendersi conto che in questo modo finiscono per esporre la matematica (e la scienza) alle stesse identiche critiche e allo stesso identico processo decostruttivo che da Nietzsche in poi hanno compromesso prima le basi, e poi l’esistenza stessa della metafisica.
Ed è inutile rifugiarsi dietro il solito “ma la Scienza funziona!”: ad essere in discussione non è il fatto che la scienza e la matematica funzionino o meno, e il fatto di funzionare o meno di per sé non significa un bel nulla dal punto di vista filosofico. Questa pacifica e non pensata (ri)assimilazione della matematica alla metafisica dovrebbe essere una buona occasione per (ri)cominciare a riflettere sul vero problema, che non è tanto il fatto che la matematica e la scienza funzionino o meno, ma sul come sia possibile che funzionino.
A maggior ragione se – orribile a dirsi! – si poggiano su basi metafisiche.

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