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L’OMBRA CHE NON C’E’

Torino, settembre 2006. E io c’ero.
Era la prima mostra e Davide portava i fiori.
Era un posto piccolo, pieno di gente, amici e persone che amiche lo sarebbero diventate.
Io c’ero e questa sera in cui non posso esserci, più che mai sono contenta di esserci stata.

Grazie per avermi permesso di condividere la tua strada.

Una scritta sul muro, una bimba che corre via stringendo in mano una girandola, che sembra voler uscire dalla foto.
Sulla strada la insegue la sua ombra e c’era anche l’ombra, meravigliosa, dalla girandola.
Chi ha montato la foto ha coperto il particolare con il passe-partout.
Non ha visto l’ombra del gioco che girava nel vento.
E’ tutto lì. E’ questo il senso di Bromuro d’Argento.
B vede le cose. Quelle che non tutti vedono.
Le sue fotografie sono sguardi sul mondo, un mondo che appare con una nitidezza disarmante.
L’orecchio morsicato di un gatto, la mano di una bambina che accarezza un cane, la sagoma scura di un amico. Oggetti, luoghi, giochi di luce e d’ombre.
Puoi osservare una immagine o ascoltarla raccontare una storia, sempre diversa e mai banale.
Puoi guardare attraverso i suoi occhi chiari.
Gli sguardi di B.

Beatrice Bruni. Fotografa.

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SPAZIO-TEMPO

Ti ricordi quando andavi a scuola?
La sera preparavi la cartella e i vestiti sulla sedia e al mattino tenevi il posto occupato per l’amica e guardavi l’orario per sapere se sarebbe stata una giornata pallosa oppure divertente.
Ti veniva da ridere per ogni cazzata e c’era sempre quello che faceva le caricature di insegnati e compagni. Ti sudavano le mani perché c’era il compito in classe e sbirciavi il foglio del vicino cercando risposte o conferme.
E poi ci si trovava dopo scuola per spettegolare sui compagni e ridere e fumare.
Ritrovarsi con 40 professionisti chiusi in un’aula per 15 giorni è stato come essere proiettati in una classe numerosa delle medie.
C’era la secchiona, il polemico, il cazzone, la più bella della classe, i gruppetti, l’insicura, il bullo e il cascamorto. C’erano le ipotetiche coppiette, quelli che si stavano sul culo, quelli che volevano essere simpatici a tutti. C’era quello che “io sono appena tornato dall’America” e quella che “insomma, fate silenzio”. C’era tutto un meraviglioso microcosmo di personaggi che nella vita son gente serissima con un sacco di responsabilità e che in quella stanza erano solo ragazzini brufolosi.
C’ero io che non so perché ma gli altri pensano che ne so e invece io penso di non saper mai niente.
E c’era Ferrara. Che io in un posto così ci potrei vivere per sempre. Per. Sempre.

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A BRACCIA APERTE

C’era una spessa asse di legno grigio tutto scheggiato. Era sospesa tra due file di sassi impilati, sassi grandi raccolti nei campi durante l’aratura. Era sospesa lì, sotto le robinie. Ci si sedevano i vecchi a prendere il fresco nelle afose giornate di agosto, quando noi invece il caldo non lo sentivamo e correvamo sui sentieri sterrati che portavano ai vigneti.

Ma nelle giornate di vento forte quello era il nostro posto. Ci mettevamo in piedi sull’asse di legno e lasciavamo che il vento ci gonfiasse i vestiti. Aprivamo la braccia e aspettavamo di volare via urlando a squarciagola per sentire le parole andare lontano. Eravamo piloti di aerei o cavalieri lanciati al galoppo, eravamo leggeri e saltavamo sperando che l’aria ci sollevasse un po’ più in alto. Eravamo felici, a braccia spalancate nel turbinio delle foglie di robinia, nel naso il profumo dell’erba e le mani strette forte che se il vento ci porta via almeno siamo insieme e non ci perdiamo nel blu terso del cielo.

E quando, mentre giocavi una delle tue prime partite in un pomeriggio di primavera, cielo blu e vento forte, ti ho visto fermarti all’improvviso e allargare le braccia, ho visto la tua maglietta rossa gonfiarsi d’aria e il tuo sorriso mentre tutti gli altri rincorrevano la palla e l’allenatore urlava il tuo nome, io ho riso forte.
Fermo in mezzo al campo, i calzettoni abbassati, la braccia aperte per lasciar passare il vento. Un bambino felice.

E’ che anche oggi fuori tira una bella aria. Esco un po’ per farmi spettinare i capelli.
E tu? Lo senti ancora il vento?

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IL PENSATOIO

Oggi ero lì che ricordavo le vacanze passate cercando le mie foto coi capelli corti. Così mi sono accorta che di un sacco di ricordi non ho alcuna documentazione fotografica al di là delle immagini ben impresse nella mia mente. Allora sono andata a spulciare nel vecchio blog. E ho trovato cose che mi han fatto ridere e commuovere, cose che avevo scritto e dimenticato, vivide immagini raccolte giorno dopo giorno per anni.
Un tesoro, il mio.

Io non lo so se vale riciclare ma quello che cercavo era lì, depositato una notte del novembre 2005.

Era una pensioncina in montagna, una delle poche vacanze che ho fatto con la mia famiglia.
Avevo nove anni, i capelli corti e le ginocchia sbucciate; mio zio diceva che avrebbe voluto un figlio come me, che da femmina avevo solo la Barbie ballerina.
Mi ero trovata un’amichetta, di cui non ricordo assolutamente niente se non che quel pomeriggio c’era anche lei.
La pensione era un piccolo edificio con poche camere al piano superiore, la sala da pranzo e la cucina a piano terra. In fondo al corridoio del primo piano c’era una porta finestra che si apriva su un piccolo balcone di servizio.
Quello era un buon posto, poco frequentato, e spesso andavamo lì a giocare.
Dalla ringhiera partiva un lungo filo che terminava legato ad un palo conficcato nel terreno; quelli dell’albergo ci stendevano i panni ad asciugare, ma quel pomeriggio non c’era niente di steso e la curva che la corda disegnava nell’aria era bellissima: dal balcone al prato, un invitante filo di ragnatela. L’idea era fantastica: scivolare giù appese a quella candida liana. E io ci provo.
Scavalco il parapetto e fin qui nessun problema; mi calo nel vuoto restando aggrappata con le mani alle sbarre della ringhiera e adesso viene il bello.
Per prendere il filo devo ruotare il busto e rimanere appesa con una mano sola; comincio a pensare che forse era meglio allenarsi un po’, prima di passare alla realizzazione del piano. Ci tento un paio di volte, ma inutilmente. Intanto l’amichetta si dà alla fuga e io, incapace di risalire, decido che non mi resta che scendere. Un volo di tre metri; un capolavoro. Allargo le braccia, mi piego sulle ginocchia in perfetto equilibrio; le piante dei piedi bruciano un pochino, ma non è niente a confronto del mio orgoglio ferito. Alzo la testa giusto in tempo per vedere la proprietaria della pensione in piedi, davanti alla finestra della cucina a piano terra che si mette le mani nei capelli e comincia a correre. Allora corro anch’io!
Quel che è successo dopo l’ho rimosso; mi vedo in braccio a mio padre che sorride, in camera coricata sul letto con mia madre che mi carezza la schiena. Ma forse sono altri momenti ed altri posti.
I miei figli dormono e mio marito è fuori; io sono qua che sorseggio un vino bianco, dolce e frizzante. Ora, ripensando a quella cosa, il filo bianco tra il balcone e il prato, sono ancora convinta che si poteva fare.
Non era impossibile passare nel verde dal blu lasciandosi scivolare.

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16 LUGLIO 2011

Compiere gli anni in estate non è una cosa facile.

Quando ero piccola eravamo sempre in campagna.
Niente compagni di scuola, niente amichetti.
Ho un sacco di foto fatte intorno al tavolo rotondo io, lo zuccotto e i miei cugini.
Di anno in anno aumentavano le candeline sulla torta, scomparivano denti, apparivano occhiali.
Oggi le ho messe in fila. Eravamo sempre noi, di anno in anno diversi.
Poi son diventata grande e il 16 luglio faceva schifo uguale.
Gli amici sono al mare oppure sei al mare tu e il compleanno lontano da casa è complicato da organizzare.
Allora niente regali, che non si sa dove comprarli, e niente neanche quando torni, che ormai è il compleanno di qualcun altro e il tuo è già passato.
Anni di cene romantiche in posti meravigliosi, tu, tuo marito, i tuoi figli e qualche volta la suocera o la mamma. Che è bello anche così, per carità.
E poi ci son giornate come questa, giornate che sei felice anche se ti senti troppo grande.
Giornate che ricorderai per la sorpresa, per l’affetto, perché è stato tutto per te.
Giornate che sorridi come in quella foto.
Sì. Quella foto là, che abbracci il mondo.

 

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STORIE D’ACQUA

Ci portava mia zia, che era l’unica che non lavorava.
Partivamo nel primo pomeriggio e scendevamo a piedi. Lei davanti e sei bambini urlanti dietro che scendevano la collina tagliando per i campi.
Già il viaggio era una festa: si andava al Trebbia.
Si andava a fare il bagno sotto il ponte o vicino al mulino, che c’erano i sassoni da cui si potevano fare i tuffi.
E l’acqua era gelata, i sassi scivolosi e non ci si poteva stendere a prendere il sole perché non c’era altro che ciottoli lì attorno. Una festa.
La zia teneva il conto del tempo: non si entrava in acqua se non erano passate tre ore dal pranzo. Poi sedeva all’ombra su un sasso grosso con il suo grembiule a fiori abbottonato davanti e ci curava mentre noi entravamo e uscivamo dal fiume in continuazione.
E quando lo diceva lei si usciva tutti dall’acqua, ci si toglieva il costume bagnato, si infilavano le mutande e si tornava a casa, scarpinando per i campi, in salita fino a casa.

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PINZIMONIO. LA GENESI.

Quando ero piccola vivevo in casa coi miei nonni. Era un appartamento al quarto piano, senza ascensore.
La cucina era così piccola che a tavola non ci stavamo tutti e la nonna mangiava appoggiando il piatto sul ripiano dei mobili; c’erano solo due stanze da letto e io dormivo in camera coi miei e sul divano in sala non c’era mai posto così guardavo la televisione in bianco e nero seduta su una sedia. Eppure per me era una casa bellissima. Non ero mai sola.
E c’era il nonno Nino. Diceva che io ero il suo cestino di fiori.
Ricordo battaglie con i ferri da calza in corridoio, io che attaccavo e lui che si difendeva, e la nonna che mi insegnava a fare il mezzo punto. E poi ricordo la primavera. Perché quando arrivava maggio ce ne andavamo in campagna, nella casa dove era nato mio padre, e stavamo lì fino a novembre.
Io, la mamma, il papà e i nonni.
E il nonno Nino era nel suo regno. Maglia di lana anche ad agosto e camicia abbottonata fino all’ultimo bottone, si sedeva sui sassi davanti alla conigliera e dominava l’aia. Lui lì aveva lavorato la terra, accudito le bestie, cresciuto quattro figli. E adesso aveva me, il suo cestino di fiori.
Nella casa dei nonni non c’era il bagno e la nonna scaldava l’acqua sulla stufa a riempiva una tinozza di plastica azzurra per lavarmi.
Quella casa di sassi racchiude tutti i più bei ricordi della mia infanzia.
La mattina il nonno beveva il vino rosso nella scodella e mangiava i peperoni in pinzimonio. Metteva il sale nella tazza del latte e poi aggiungeva l’olio, mi prendeva in braccio e mangiavamo i peperoni crudi. Rossi, verdi o gialli li tagliava a strisce e pocciavamo insieme. Erano la cosa più buona del mondo.
Poi una volta, avrò avuto cinque anni, devo avere esagerato e ho vomitato un giorno intero. La nonna ha dato un sacco di nomi al nonno e la mamma, quando è tornata dal lavoro, ha messo il broncio.
I peperoni al mattino non me li han fatti mangiare più. E per protesta non li ho mangiati più in assoluto.
L’anno dopo è nata mia sorella, han fatto il bagno nuovo nella casa vecchia, han cominciato a ristrutturare il fienile per farci quattro appartamenti per la mia famiglia e quelle dei miei zii. Ma questa è un’altra storia.

Insomma,  quando sono andata a fare la lista di nozze e mi han proposto il servizio da pinzimonio io non son stata capace di dire di no. Un piatto per le verdure e sei piccole ciotole decorate con verdurine colorate. Inutile dire che non l’ho usato mai.
Perché il pinzimonio si fa nella tazza del latte, si mette il sale e poi si aggiunge l’olio e si deve pocciare con qualcuno a cui si vuole molto bene, possibilmente di mattina.

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E DICI NIENTE.

Mio marito dice che oggi non ho fatto niente. Ma non è mica vero.
Stamattina, per esempio, mi sono alzata presto che di solito non lo faccio mai.
Ho preparato il caffè e caricato la prima lavatrice.
Poi ho dato una sistemata al bagno e intanto che ero lì ho cominciato a pensare che devo preparare la casa che lunedì prossimo arriva l’imbianchino; bisogna spostare i mobili e per farlo bisogna vuotarli e già che è tutto fuori bisognerà anche dare una lavata a tutta quella roba inutile e poi bisogna trovare il posto per i nuovi bicchieri dell’esselunga.

Aspetta che ci penso. Dunque. Tre servizi da caffè per 12, un servizio da the sempre per 12, 12 bicchieri da whiskey+bottiglia da liquore+secchiello ghiaccio, due servizi da 12 di bicchieri (acqua, vino e flûte) di cui uno con 12 coppe, un servizio da 6 di bicchieri+bottiglia in vetro di murano. E poi ci sono un tot di bomboniere e ceramiche varie.  E niente. Bisogna togliere, ma come si ripongono i bicchieri? Perché non posso più tenere in giro cose che in 19 anni non ho mai usato, ma son regali di nozze e mi par brutto buttarli via. Allora vediamo, potrei imballare un po’ di cose nella carta scoppiettina e metterle in uno scatolone in alto nel ripostiglio. Però bisogna fargli spazio, allo scatolone. Non so, dovrei trovare un posto nuovo alle valige. Bisognerà pensarci. Carico la seconda lavatrice e raccolgo i panni asciutti.

E poi bisogna smontare le plafoniere. Che brutte che sono. Secondo me se si potesse tingere di bianco quel cerchio nero starebbero sicuramente meglio, lo devo dire all’imbianchino, magari basta una mano di vernice. Certo che andrebbe tinta anche quella dell’antibagno. La scarpiera! Ecco devo ricordare di togliere la scarpiera che deve tinteggiare anche qui. E il frigorifero! Bisognerà spostare anche quello. Sarò meglio che lo facciamo prima noi che chissà che cosa c’è lì sotto. Poi bisogna smontare le mensole in cucina. Le mensole si tolgono senza problemi, ma la scarpiera? Non ricordo come l’abbiamo fissata al muro. Ci devo guardare. Raccolgo i panni e carico la terza lavatrice.

Pranzo, caffè e sigaretta.

Magari  basta svitare due viti e la scarpiera viene via. Ma anche quella immagino andrà vuotata. Il gatto farà una gran festa. Io lo odio quel muro. Quel muro lì a cui è appoggiata la scarpiera. Dietro c’è l’appartamento vuoto da anni, quello che dovrebbe essere mio e invece no. Perché io quel muro lo abbatterei e questa verrebbe tutta zona notte, tre stanze belle grandi. Poi rifarei il corridoio e chiuderei la cucina. Lì ci viene una bella nicchia con i ripiani e davanti una poltroncina e qui si apre tutto, una bella porta grande a due battenti scorrevoli.  Carico la quarta lavatrice, raccolgo i panni.

Di là ci viene lo studio, la lavanderia, una bella sala grande, una stanza per gli ospiti e il secondo bagno, magari anche il terzo. Non avrei più il problema di dove mettere i bicchieri o le valige, non sentirei più i miei figli discutere, avrei una cabina armadio e molta più luce. Però non so come si fa in questo caso con gli impianti. Si mettono insieme? Si tengono separati? E la porta di ingresso? Una la posso togliere o le devo tenere tutte e due? Magari poi chiedo a qualcuno, così, per curiosità. Son stanca adesso.

Che dici amore? La lista della spesa? No, non l’ho fatta. Avevo da fare.

 

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ERMETICA MENTE

Io lo so che tanto non si capisce, ma voglio scriverlo lo stesso.
Le cose brutte che dite di me.
Ecco. Quelle cose che raccontate tra di voi, quelle che poi quando arrivo state in silenzio.
Quelle cose lì non mi riguardano.
Sono commenti relativi all’idea che voi avete di me. Non sono me.
E quindi non mi riguardano.
E’ solo che a volte avverto l’urgenza di aver attorno gente che ama un po’ di più quello che veramente sono.
Gente che sa andare oltre i modi e coglie i significati.
Gente che sospende il giudizio e ascolta.
Allora quando succede, quando capita l’occasione di poter stare con gente così, sono contenta.
Ma proprio tanto.
Sinceramente.

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NON APRIRE QUELL’ARMADIO

Un armadio non è un ripostiglio.
Non funziona nello stesso modo.
Sistemare l’armadio è un orrendo viaggio a ritroso nel tempo.
Sei costretta a fare i conti con te stessa, decidere se continuare a mentire o essere sincera e dirti la verità.
Vuotare l’armadio è come una seduta di psicoanalisi, una passeggiata nell’inconscio.
Perché l’armadio ti mette davanti a tutto ciò che in te è irrazionale.
Non si spiegano in altro modo i capi di vestiario che ancora conservi, che non sai come son finiti lì dentro e che mai e poi mai in uno stato di lucidità avresti comprato.
Non si spiega perché metà dei vestiti che hai sono di due taglie in meno rispetto a quella che porti.
Non si spiegano le decine di gonne, che tu la gonna non la metti mai, e neanche il numero sconsiderato di giacche.
Insomma, apri l’armadio e scopri che non sai chi sei e, in verità, neanche chi eri.
Allora ti siedi sul letto e provi a parlarti, cerchi di ragionare.
Che senso ha che tieni ancora quel vestito taglia 38 che tanto lo sai che non ci rientrerai mai.
Perché stai riordinando otto tubini neri di varie lunghezze e pensi davvero di rimetterli dentro?
Provane almeno uno. Lo vedi? Guardati.
E quella camicia lì? Non l’hai messa mai negli ultimi cinque anni, c’è bisogno di dire altro?
Mi alzo. Sono stanca di ascoltarmi. Io lo so. So tutto.
Aspetta che chiudo.

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